I libri del mio 2016.

Il 2016 è ormai finito ed è tempo di bilanci.
Questo è stato per me un anno splendido per quanto riguarda l’argomento “libri”: un ritorno alla lettura di piacere e la scoperta di tanti titoli e scrittori nuovi.
Ma procediamo per ordine.
Durante i primi tre mesi dell’anno sono stata impegnata con la tesi di laurea, quindi ho letto parecchie cose per lo più di critica letteraria, visto che le opere dell’autore le avevo terminate già da qualche mese (la mia tesi è un’analisi di Corto viaggio sentimentale, novella incompiuta di Italo Svevo) e, dal momento che non si tratta di romanzi, non ne terrò conto. Ma nonostante il lavoro di ricerca per l’università sono comunque riuscita a leggere il primo librone di Martin, ovvero Il Gioco del Trono. Libro primo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
Dal mese di marzo in poi ho letto come non leggevo da anni e sono riuscita a portare a termine 16 libri. Ok, non sono tantissimi, ma ce ne sono anche parecchi che ho abbandonato a metà perché non mi stavano piacendo e che non citerò.
Dopo Il Gioco del Trono ho letto Tinder di Sally Gardner, Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce e L’uomo che cadde sulla terra di Walter Tevis. Questi quattro libri li ho letti in 4 o 5 settimane uno dietro l’altro e sono state 4 piacevolissime letture.
Poi è stata la volta de Il diario di Bridget Jones di Helen Fieldin e de Lo scontro dei re. Libro secondo delle Cronache del Ghiaccio e del fuoco di Martin. Il libro di Bridget Jones l’ho trovato esilarante e molto molto piacevole: mi ha sorpresa superando di gran lunga tutte le mie aspettative, quindi ve lo consiglio vivamente.
Dopo ancora sono venuti i due libri su Robin Hood di Alexandre Dumas, ovvero Il principe dei ladri Il proscritto, con la loro giocosa leggerezza a metà tra la leggenda, il fiabesco e la ballata d’altri tempi.
A maggio poi cadeva il mio compleanno e mi è stato regalato Star Rats di Leo Ortolani. Se non conoscete Leo Ortolani vi prego cercatelo, compratelo e leggetelo. Il genio che ha creato il personaggio di Rat-Man. Non conosco fumetto più divertente.
Arriviamo all’estate. La mia principale lettura da ombrellone di quest’anno è stata Via col vento di Margaret Mitchell che è un capolavoro assoluto. Meraviglioso, stupendo, fantastico, bellissimo, lo adoro. Ne ho parlato per settimane su questo blog, tanto che credo di aver esaurito tutte le mie parole al riguardo.
Invece la seconda lettura estiva è stata L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud. Molto carino. E’ il primo libro della Trilogia di Bartimeus, diventata tetralogia nel 2010. Maghi, magia, folletti, demoni, inganni… fateci un pensierino, ne vale la pena.
Poi è stata la volta di Tempesta di spade. Libro terzo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (sempre di Martin) e, ad ottobre, sono iniziati gli incontri del Salotto di lettura della Pennylane che hanno visto il romanzo I Buddenbrook di Thomas Mann come protagonista delle discussioni settimanali.
Dal momento che il salotto si è concluso a dicembre (il libro era bello corposo), nel frattempo ho letto anche L’occhio del Golem di Jonathan Stroud (secondo capitolo della Trilogia di Bartimeus) e, da Natale ad oggi, 29 dicembre, ho letto il meraviglioso Canto di Natale di Charles Dickens.

La cosa bella di questo 2016 è stata scoprire che esistono comunità di lettori sui vari social che si scambiano idee, opinioni e consigli. E’ un bel modo per arricchirsi. Ed è stato proprio grazie a questa tipologia di lettori che ho potuto scoprire libri per me nuovi, che non conoscevo prima. Tutto questo mi ha portata ad aprire il blog che ora state leggendo e, qualche giorno fa, anche un canale su YouTube che spero prenderà una buona piega.

Questo è stato in breve il lato libroso del mio 2016.

Vi faccio i migliori auguri di un felice anno nuovo e vi rimando al 2017.

capodanno

– Ophelia –

 

 

 

 

 

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“L’occhio del Golem” di Jonathan Stroud

Salve a tutti!
Ecco finalmente la recensione del secondo capitolo della Trilogia di Bartimeus, ovvero L’occhio del Golem che ho terminato giusto ieri sera.

Pubblicato nel 2005 ed edito in Italia da Salani, questo secondo volume vede uncover
ampliamento della trama rispetto al primo.
Una narrazione più densa e con una trama più fitta e complicata che presenta una più vasta gamma di elementi.
Un romanzo più maturo, se vogliamo, rispetto al precedente L’amuleto di Samarcanda.

Sono passati quasi tre anni dalle vicende del primo libro, e Nathaniel si è confermato il mago più giovane e intraprendente di tutto il Ministero. Ed è proprio in virtù delle sue capacità straordinarie che viene scelto per risolvere un mistero inquietante: una specie di enorme mostro, circondato da una nube di oscurità, getta Londra nel panico e fa strage di cose e persone. Il primo ministro è convinto che sia colpa della Resistenza, un gruppo di londinesi privi di poteri magici che si oppone alla classe dominante dei maghi. Messo alle strette e circondato dall’invidia e dall’odio degli altri membri del Parlamento, Nathaniel deve andare a Praga alla ricerca del colpevole, ed evoca di nuovo il jinn Bartimeus che già l’aveva aiutato tre anni prima. Ma stavolta Bartimeus non è affatto d’accordo.

Anche volta la vicenda è divisa in tre parti che scandiscono le tre fasi della narrazione.
Ritornano l’esuberanza, l’ironia e il sarcasmo di Bartimeus, caratteristiche che lo rendono ancora una volta il personaggio più interessante e divertente dell’intero romanzo.
Troviamo poi un Nathaniel cresciuto, più consapevole delle proprie capacità ed ancor più ambizioso e avido di potere. Il carattere del giovane mago in questo romanzo perde quella bonarietà fanciullesca che traspariva ne L’amuleto di Samarcanda. Per quasi tutto il romanzo non si percepisce in lui alcun segno di umanità, umiltà e compassione. Oramai sembra essersi totalmente integrato nell’ambiente del Ministero, ed il suo personaggio è molto simile a quello di Simon Lovelace, il “cattivo” del libro precedente.
A sdrammatizzare l’eccessiva serietà della figura del ragazzo, che tenta in tutti i modi di apparire ben più maturo dei suoi quattordici anni, è l’ironia di Bartimeus, che non fa altro che ricoprirlo di ridicolo, facendolo sembrare un’impacciata caricatura di un mago.
Abbiamo poi una new entry con il personaggio di Kitty Jones, una comune  impegnata nella Resistenza che viene solo citata nel primo volume della saga, che vede una buona parte di capitoli a lei dedicati, in cui viene approfondita la sua storia e il suo rapporto con la Resistenza.

Lo stile di Jonathan Stroud è come sempre molto scorrevole e la struttura narrativa è ben organizzata e, come per il precedente capitolo della saga, si rimane col fiato sospeso fino alle ultime pagine del romanzo. Non mancano poi i colpi di scena che tengono il lettore incollato alle pagine dall’inizio alla fine.

Nel complesso devo dire che ho trovato L’occhio del Golem un buon libro di intrattenimento, anche se devo dire che ho avvertito un po’ la mancanza dell semplicità narrativa del primo libro e dei buoni sentimenti che rendevano Nathaniel un ragazzino capace di provare dell’affetto per le persone che gli erano vicine. Ecco…questo aspetto un po’ fanciullesco è andato un po’ a perdersi, ma resta comunque un libro che mi sento di consigliare, magari durante il periodo delle vacanze o se volete distrarvi e siete in cerca di una lettura leggera e piacevole.

Ora sono curiosa di vedere come andrà a finire questa trilogia.

Vi saluto e vi rimando alla prossima!

“A Christmas Carol” di Robert Zemeckis

 

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Bellissimo film del 2009 firmato Walt Disney e diretto da Robert Zemeckis (regista di celebri pellicole tra cui Ritorno al futuroChi ha incastrato Roger RabbitForrest GumpCast Away Polar Express), realizzato con la tecnica della motion capture.

Non adatto ad un pubblico troppo giovane, si distacca dal filone Disney dei classici che hanno accompagnato l’infanzia di intere generazioni. Toni cupi, ombre oscure, apparizioni di fantasmi e scene al limite dell’horror, arricchite da una trama densa di momenti colmi di malinconica tristezza e da un linguaggio tipicamente ottocentesco, rendono questa pellicola una perla dell’animazione disneyana.

Zemeckis afferma che Canto di Natale di Charles Dickens è una delle sue storie preferite, ed infatti il suo è un adattamento che si sviluppa nel pieno rispetto del testo originale, conservandone le atmosfere e i ritmi narrativi. Tangibile è anche la fedele ricostruzione della Londra dell’epoca, che ci viene presentata avvolta nella bellissima colonna sonora composta da Alan Silvestri, in cui emergono i più famosi temi natalizi appartenenti alla tradizione.

Rivedere questo film a distanza di sei anni mi ha riportato le stesse sensazioni che ricordavo di aver avvertito la prima volta che lo vidi: la malinconia nei ricordi degli anni passati, l’amarezza del presente e la sensazione di ansia, paura e freddo abbandono che attendono il futuro del signor Scrooge.

Una pellicola che sa comunicare e che sa arrivare allo spettatore in modo diretto e senza filtri, che sa trasportare in un travolgente viaggio attraverso la parte più cupa dello spirito umano.

E’ così che dall’unione della penna di Dickens e della fervida immaginazione di Zemeckis, nasce questo film: una riflessione sul significato del Natale ma anche sul senso della vita dell’uomo su questa terra; un messaggio di amore, fratellanza, altruismo e rispetto verso gli altri; un sentimento di pace che allieta il cuore; una bella favola da guardare in compagnia la notte di Natale.

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“I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia” di Thomas Mann

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Salve a tutti.
Oggi voglio parlarvi de I Buddenbrook: l’ultimo libro che ho letto.
Questo romanzo è stato il mio primo approccio all’opera di Thomas Mann e mi ha così piacevolmente sorpreso che non posso fare a meno di dirvi che cosa ho apprezzato di queste pagine.

Pubblicato nel 1901, quando Mann aveva appena 26 anni, I Buddenbrook divenne subito un best seller. Fu il primo romanzo ed il primo grande successo dello scrittore, al punto che lo portò alla vittoria del Premio Nobel per la letteratura nel 1929.

Il libro racconta la storia di una famiglia dell’alta borghesia di Lubecca che si occupa della vendita di granaglie. Il racconto si svolge in un lasso di tempo che va dal 1835 al 1877, ed in questo periodo vediamo come la famiglia Buddenbrook sia andata sempre più verso la disgregazione e la completa rovina,  attraverso le vicende di quattro generazioni.

Il romanzo inizia con un pranzo di inaugurazione della casa che ospiterà la famiglia per quasi tutto il libro. Il capofamiglia è il vecchio console Johann Buddenbrook, capo della ditta “Johann Buddenbrook”, è uomo di stampo illuminista, legato ai princìpi e alle mode del proprio secolo. Johann ha girato l’Europa ed è un brillante uomo d’affari che conduce la ditta e la famiglia attraverso anni di felice prosperità.

Alla sua morte gli succederà il figlio Johann, detto “Jean”. Totalmente diverso dal padre, è pervaso da un forte e sempre presente spirito religioso. Sotto la sua guida la famiglia e la ditta vedranno i primi traumi che comprometteranno le loro sorti per sempre.

A Jean succede il primogenito Thomas, che si rivelerà un ottimo dirigente ed un’importante guida per la famiglia. Fin da giovanissimo imparò con entusiasmo ad occupare il posto che gli spettava e con lui l’onore della famiglia vede il momento di maggiore splendore quando fu eletto senatore.
Ma sarà proprio con Thomas che la famiglia inizierà il suo vero tracollo, poiché lui è il primo Buddenbrook che, ad un certo punto della sua vita, si ritrovbuddenbrookhaus_um_1870erà a lavorare senza una ragione perché non vedrà più un futuro in cui la sua stirpe potrà continuare a prosperare.

Johann Justus Kaspar, soprannominato “Hanno” è l’unico figlio di Thomas e rappresenta la quarta generazione della famiglia. La sua indole è completamente diversa da quella del padre: fin da piccolissimo si dimostrerà essere di salute cagionevole e troppo sensibile ed insicuro per poter sperare un giorno di portare avanti la ditta di famiglia.
Questo è il primo membro della famiglia ad avere sviluppatissime doti musicali, e lo renderà totalmente estraneo al padre e molto più vicino alla madre Gerda, talentuosa violinista.
Hanno incarna pienamente il tramonto della sua famiglia e rappresenta allo stesso tempo
l’epilogo di un’epoca  e di quella borghesia che vive la sua crisi schiacciata dal peso dei suoi stessi riti e dei suoi obblighi morali.
In Hanno è già presente il seme dell’uomo nuovo del Novecento.

Ciò che mi è piaciuto in modo particolare di questo libro sono stati i motivi ricorrenti, o leitmotiv, che Mann utilizza e a cui attribuisce diversi valori simbolici. Ad esempio: con il passare del tempo si affievolisce sempre più la salute dei personaggi principali, soprattutto  di Antonie, Christian e Clara, anche se alla fine anche Thomas riscontrerà problemi di salute. La malattia caratterizza l’anello debole della famiglia, colui che, nonostante l’impegno e le buone intenzioni non vi porterà altro che disgrazie e disonore, contribuendo a trascinarla verso il disgregamento e la rovina. C’è da dire che i mali dei personaggi sono strettamente legati al cibo, e la salute dei loro denti e dei loro stomaci peggiora sempre di più fino a causare problemi di alimentazione, come succede per Hanno quasi alla fine del libro.
Oltre al mal di denti e al mal di stomaco, gli altri elementi ricorrenti sono il giallo e l’azzurro. Il vecchio Johann ed il figlio Jean poco prima di morire diventano gialli in volto. Thomas da piccolo aveva i denti gialli. Posso dedurre che questo colore contraddistingua le personalità forti e positive della famiglia (ricordo che il declino di Thomas inizia a quarantadue anni e non prima). Invece Gerda ed Hanno sono contraddistinti dal colore azzurro, che potrebbe rappresentare la non appartenenza, la diversità e l’estraneità rispetto agli altri Buddenbrook.

Ho poi notato che Mann manifesta molto chiaramente il suo apprezzamento verso l’opera di Wagner, o “nuova musica”, come viene definita all’interno del romanzo. E probabilmente si è ispirato proprio al compositore tedesco per l’utilizzo del leitmotiv di cui vi ho appena parlato.

Ho trovato poi molto belle ed accurate le pagine in cui si parla di musica, armonia e composizione. Pagine in cui traspaiono le competenze e le conoscenze dello scrittore in campo musicale.

Mi sono imbattuta in questo romanzo grazie al un gruppo di lettura su facebook Salotto di Lettura di Pannylane, e mi sento di ringraziarlo perché aver avuto la possibilità di leggere in gruppo un’opera così importante a livello letterario e pregna di significato, di storia e di simbologie, ha reso certamente l’impresa più leggera e divertente.

Non è un libro che consiglierei a chiunque perché la scrittura di Thomas Mann è molto poco coinvolgente a livello emotivo e i personaggi sono delineati in modo tale che il lettore difficilmente riesca ad immedesimarsi in loro.
Quindi se vi piacciono letture coinvolgenti non è certo questo il libro che fa per voi.
Se invece siete lettori ben temprati e abituati a questo genere di romanzi, non esitate nell’intraprendere questa meravigliosa lettura.

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25 indiscrete domande letterarie

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Salve a tutti.
Vi ricordate le 25 indiscrete domande letterarie? E’ un tag che rimbalza tra canali youtube e blog personali dal 2011 e che tutti (ma proprio tutti) hanno fatto.
Tutti tranne me, a quanto pare.
Quindi ho pensato di recuperare queste domande per farmi conosce re un po’ meglio da voi e per presentarvi meglio i miei gusti letterari.

Buona lettura 🙂

1. Come scegli i libri da leggere?

In genere scelgo le mie letture in base alle opinioni che ne sento in giro e in base alle recensione che ne fanno sui vari blog o canali youtube.
Altre volte invece capita che semplicemente mi sento ispirata dal titolo.

2. Ti fai influenzare dalle recensioni?

Si, come ho detto prima, ma a volte capita che io mi trovi in disaccordo. Quindi mi faccio influenzare, ma non troppo.

3. Dove compri i libri: in libreria o online?

Oramai li compro praticamente solo online, a meno ché non mi capiti di ritrovarmi casualmente nei pressi di una libreria dell’usato.

4. Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?

Ho una scorta talmente grande che credo non mi basterebbero due vite per leggere tutti i libri che ho accumulato in modo totalmente sconsiderato. Devo darmi una mossa.

5. Di solito quando leggi?

Il momento della giornata che preferisco per dedicarmi alla lettura è il primo pomeriggio.

6. Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?

No, sono abituata a leggere i mattoni. I libroni non mi spaventano.

7. Genere preferito?

Il romanzo storico. E il fantasy.

8. Hai un autore preferito?

No. Leggo raramente bibliografie intere perché preferisco spaziare piuttosto che fermarmi ad un singolo autore. Quindi non ho un autore preferito di cui leggo tutti i libri.

9. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?

In terza media, quando lessi Il ritratto di Dorian Gray. Mi ricordo che ne rimasi del tutto rapita. Mi piacque molto e lo rilessi qualche anno dopo.

10. Presti i libri?

Non a tutti. Li presto solo a chi sa trattarli. Se qualcuno mi rovina i libri, mi arrabbio.

11. Leggi un libro alla volta o riesci a leggerne diversi insieme?

preferisco leggerne uno alla volta, così da terminarlo in minor tempo. Ma ci sono periodi in cui ne leggo anche 4 insieme.

12. I tuoi amici/famigliari leggono?

Alcuni, chi più e chi meno.

13. Quanto ci metti mediamente a leggere un libro?

Dipende da quanto riesce a coinvolgermi: tre giorni o due settimane. Se è particolarmente voluminoso e impegnativo, anche più di un mese (come è stato per Via col vento).

14. Quando vedi una persona che legge (ad esempio sui mezzi pubblici) ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?

Si, se posso lo faccio. Mi incuriosisce sapere cosa legge la gente.

15. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne uno soltanto quale sarebbe?

Probabilmente resterei a pensarci per troppo tempo e alla fine, in preda alla più totale indecisione, non riuscirei a salvarne nessuno.

16. Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?

Non mi capita quasi mai di leggere libri prestati da amici, mentre mi è capitato in passato di frequentare la biblioteca. Ultimamente leggo per lo più libri che possiedo o che acquisto.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?

I Malavoglia di Giovanni Verga, L’Usignolo di Kristin Hannah, Amabili resti di Alice Sebold…se un libro non li piace, non mi prende e non mi trasmette nulla, non esito ad accantonarlo.

18. Hai mai comprato un libro solo perché aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?

Non ho mai comprato un libro solo perché la copertina è bella. Mi attraggono molto le copertine colorate che spiccano sullo scaffale o con le bordature dorate, ma se non conosco il libro e la trama, non lo compro.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente, e perché?

Possiedo molti libri della Mondadori, soprattutto classici, e mi trovo abbastanza bene con le sue revisioni e traduzioni.

20. Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni “al sicuro” dentro casa?

Porto sempre un libro con me, soprattutto se mi trovo a viaggiare da sola. Leggere in treno aiuta a far passare il tempo più velocemente.

21. Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?

Che ci faccio qui? di Bruce Chatwin.

22. Come scegli un libro da regalare?

In genere evito di regalare libri perché leggere è un qualcosa di troppo personale, ma se conosco la persona molto bene, tento di trovare una via di mezzo tra i miei gusti e quelli della persona in questione. Non posso regalare un libro che non mi piace.

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio, o tieni i libri in ordine sparso?

Attualmente ho ordinato i libri per case editrici e edizioni, ma sono disposti su più file per mancanza di spazio. Quindi non sembrano ordinati, ma in realtà lo sono.

24. Quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?

Le leggo. C’è un motivo se ci sono delle note, no?

25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni e postfazioni dei libri o le salti?

In genere le leggo. A volte prima di iniziare il libro, altre volte a lettura terminata.

Queste sono le mie risposte alle 25 indiscrete domande letterarie e le mie abitudini da lettrice.

Vi auguro una buona serata e vi rimando alla prossima.

Ciao!

“Café Society” di Woody Allen

 

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Ieri ho avuto occasione di vedere al cinema il 46esimo lungometraggio di Woody Allen.
Che dire? Dopo Midnight in Paris (film del 2011) trovo molto difficile dire di aver apprezzato un suo film. E’ che non posso fare a meno di paragonare ogni suo nuovo lavoro a quelli del vecchio Woody Allen, a capolavori come Manhattan (1979), Io e Annie (1977), Mariti e mogli (1992), Ombre e nebbia (1991)…ed ogni volta finisce che esco dalla sala delusa e arrabbiata, esattamente come ieri sera.

Ma arriviamoci per gradi.

New York, anni Trenta. Bobby Dorfman lascia la bottega del padre e la East Coast per la California, dove lo zio gestisce un’agenzia artistica e i capricci dei divi hollywoodiani. Seccato dall’irruzione del nipote e convinto della sua inettitudine, dopo averlo a lungo rinviato, lo riceve e lo assume come fattorino. Bobby, perduto a Beverly Hills e con la testa a New York, la ritrova davanti al sorriso di Vonnie, segretaria (e amante) dello zio. Per lui è subito amore, per lei no, ma il tempo e il destino danno ragione al sentimento di Bobby che le propone di sposarlo e di traslocare con lui a New York. Ma il vento fa (di nuovo) il suo giro e Vonnie decide altrimenti. Rientrato nella sola città in cui riesce a pensarsi, Bobby dirige con charme il “Café Society”, night club sofisticato che diventa il punto di incontro del mondo che conta. Sposato, padre e uomo di successo, anni dopo riceve a sorpresa la visita di Vonnie. Con lo champagne, Bobby (ri)apre il cuore e si (ri)apre al dolce delirio dell’amore.

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Questa è la trama del film che riporta in scena i temi che sono da sempre i più cari a Woody Allen e che fanno parte della sua vita: il cinema, le donne e gli amori mancati.

Ho molto apprezzato i colori, la fotografia di Vittorio Storaro e la colonna sonora di questa pellicola, che rendono perfettamente l’idea di un’atmosfera romantica in un mondo leggero, frivolo e spensierato, in cui anche i drammi come il divorzio, l’omicidio e la pena capitale sembrano scivolare via totalmente assorbiti in questa nube di estrema leggerezza e semplicità, senza lasciare traccia nei personaggi, senza arrecare loro dolore e sofferenza.
Complice di questa leggerezza è la voce narrante che presenta personaggi e situazioni con un linguaggio semplice ed un tono pacatamente allegro, che nella versione originale appartiene allo stesso Woody Allen e che nella versione italiana appartiene a Leo Gullotta.

Insomma un film che mette di buon’umore.

Sicuramente uno dei migliori se guardiamo agli ultimi 5 anni, ma…

…non riesco a consigliare la visione di questo film, e vi spiego il perché.

  1. Il personaggio di Bobby è troppo artificioso. Durante tutto il film non ho potuto fare a meno di pensare “Sto guardando un Woody Allen 80enne nei panni di un 30enne”. Il pensiero, i modi di fare, i dialoghi e persino la postura e l’andamento erano quelli di un uomo di età avanzata, e tutto questo proprio non ci sta in un corpo così giovane.
  2. La recitazione scadente. Non mi è piaciuta per nulla l’interpretazione di Kristen Stewart che ho trovato troppo ingessata e del tutto inespressiva. Ho trovato migliore quella di Jesse Eisenberg, ma era come se mancasse un qualcosa anche lì…per farla breve, i due attori principali non mi hanno comunicato molto.
  3. La seconda parte del film. La trama si accelera e molte cose succedono troppo in fretta, come la condanna a morte del fratello di Bobby, il suo matrimonio, la crescita personale che ha inizio dal momento in cui inizia a lavorare al night club…ho avuto la sensazione che la trama perdesse il ritmo al quale mi ero abituata nel primo tempo e che molte cose venissero un po’ buttate lì, quasi senza motivo.
  4. Il finale. Il riavvicinamento tra Bobby e Vonnie avviene per caso e non si riesce ad avvertire la sorpresa che un tale incontro dovrebbe suscitare a distanza di anni. I due riprendono a frequentarsi di nascosto e si riallontanano così come si erano riavvicinati, ma da tutto questo non traspare alcuna emozione: non ho avvertito nessun senso di colpa di Bobby nei confronti della moglie quando le porta il mazzo di rose quasi a volersi scusare di stare frequentando la sua ex a sua insaputa, nessuna emozione da parte di Vonnie sia quando gli chiede di vedersi ancora, sia quando decidono poi di non rivedersi più.

In conclusione vi dico che è un film piacevole, carino…ma a me ha comunicato ben poco, e per questo ne sono rimasta delusa.
Ho visto in questa pellicola solo una pallida imitazione del Woody Allen dei tempi d’oro, un Woody Allen che ha perso l’essenza vitale, che si è esaurito, e del quale rimane solo la corteccia esteriore.

Spero vivamente che possa tornare alla grandezza di un tempo.

 

 

“Mr. Nobody” di Jaco van Dormael

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Ieri sera mi sono imbattuta per caso in questo film che mi ha lasciata strana.
Strana in che senso?
Proverò a spiegarvelo.

E’ stata per me una visione del tutto inaspettata poiché si è trattato di uno di quei film che scegli completamente a caso, del tipo: “Oh, ha un titolo carino, conosco l’attore principale, è un film famoso…ok, lo guardo”…senza leggere recensioni, trama, senza vedere trailer (e questo mi succede spesso, sono sincera); quindi la mia reazione alla fine del film è stata un qualcosa a cui non ero minimamente preparata, e ho dovuto prenderne un po’ le distanze per capire che in fondo avevo apprezzato la visione.

Siamo nel 2092. L’umanità ha raggiunto l’immortalità attraverso un continuo rinnovamento cellulare ottenuto grazie a un processo di telomerizzazione, e guarda con curiosità Nemo Nobody, l’ultimo essere umano mortale che, alla veneranda età di 118 anni, si appresta a morire. Prima però gli vengono fatte numerose interviste e sedute psichiatriche perché il poveretto sembra ricordare ben poco della sua vita. E quello che ricorda è confuso, come se avesse vissuto più volte.

La trama si articola su più livelli narrativi, tanti quante sono le vite vissute da Nemo.
Il risultato è che allo spettatore sembra di guardare situazioni contrastanti tra loro o che comunque non possono convivere nella vita della stessa persona. E si ha quindi una sensazione di smarrimento fino ad una manciata di minuti dalla fine, quando si capisce il senso di tutto quello che si è visto. E questo è alquanto destabilizzante perché sei lì che cerchi di capire qual è la storia realmente accaduta e qual è il vero passato del signor Nobody.

Nemo, nella sua ultima intervista, racconta tutte le sue possibili vite derivate da tutte le scelte che avrebbe potuto fare nell’arco delle sue numerose vite…e non esiste una sola verità, ma ce ne sono infinite.

Il film si poggia interamente su alcune teorie di fisica quantistica elaborate negli anni ’60, che sono:

  1. la Many Words Interpretation (MWI), ovvero la teoria dei mondi paralleli;
  2. la teoria del Caos che prevede l’effetto “farfalla”, cioè il fenomeno secondo il quale, all’interno di un sistema complesso, da minime variazioni derivano conseguenze in buona misura imprevedibili;
  3. la teoria cosmologica del Big Crunch e le possibili ricadute sull’andamento cronologico dell’universo.

Infatti secondo alcuni studi, ancora non comprovati dalla scienza ufficiale, un’inversione del processo di espansione dell’universo (che nel film ha inizio il 12 febbraio 2092, ovvero qualche istante dopo la morte di Nemo Nobody) potrebbe provocare una sorta di“inversione del tempo”.

Tutto questo giustifica la coesistenza delle molte linee di sviluppo narrativo del film, poiché Nemo (come tutti noi) potrebbe vivere infinite vite, ognuna diversa dalla precedente.

Ma perché nell’intervista dei suoi 118 anni le ricorda tutte, come se la sua memoria potesse muoversi da una dimensione all’altra liberamente?

La risposta sta in un altro punto cruciale del film: Nemo può prevedere tutti i futuri possibili.

E quindi?
Qual è il significato ultimo del film?
E’ tutta una previsione del piccolo Nemo che prevede i suoi diversi futuri dal momento in cui i genitori, in procinto di separarsi, gli chiedono di scegliere con chi restare, oppure è il racconto di un uomo che riesce a ricordare le sue infinite vite che si svolgono tra l’avanzamento e il riavvolgimento temporale?

Penso che le due chiavi di lettura siano entrambe corrette.

In conclusione direi che si è trattato di una bella scoperta. Era parecchio tempo che non avevo occasione di vedere un film soddisfacente, non banale e che mi desse modo di pensare a cose che non rientrano nel quotidiano.

Fatemi sapere cosa ne pensate e se lo avete visto.

Vi saluto e vi rimando alla prossima.

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