I libri del mio 2016.

Il 2016 è ormai finito ed è tempo di bilanci.
Questo è stato per me un anno splendido per quanto riguarda l’argomento “libri”: un ritorno alla lettura di piacere e la scoperta di tanti titoli e scrittori nuovi.
Ma procediamo per ordine.
Durante i primi tre mesi dell’anno sono stata impegnata con la tesi di laurea, quindi ho letto parecchie cose per lo più di critica letteraria, visto che le opere dell’autore le avevo terminate già da qualche mese (la mia tesi è un’analisi di Corto viaggio sentimentale, novella incompiuta di Italo Svevo) e, dal momento che non si tratta di romanzi, non ne terrò conto. Ma nonostante il lavoro di ricerca per l’università sono comunque riuscita a leggere il primo librone di Martin, ovvero Il Gioco del Trono. Libro primo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
Dal mese di marzo in poi ho letto come non leggevo da anni e sono riuscita a portare a termine 16 libri. Ok, non sono tantissimi, ma ce ne sono anche parecchi che ho abbandonato a metà perché non mi stavano piacendo e che non citerò.
Dopo Il Gioco del Trono ho letto Tinder di Sally Gardner, Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce e L’uomo che cadde sulla terra di Walter Tevis. Questi quattro libri li ho letti in 4 o 5 settimane uno dietro l’altro e sono state 4 piacevolissime letture.
Poi è stata la volta de Il diario di Bridget Jones di Helen Fieldin e de Lo scontro dei re. Libro secondo delle Cronache del Ghiaccio e del fuoco di Martin. Il libro di Bridget Jones l’ho trovato esilarante e molto molto piacevole: mi ha sorpresa superando di gran lunga tutte le mie aspettative, quindi ve lo consiglio vivamente.
Dopo ancora sono venuti i due libri su Robin Hood di Alexandre Dumas, ovvero Il principe dei ladri Il proscritto, con la loro giocosa leggerezza a metà tra la leggenda, il fiabesco e la ballata d’altri tempi.
A maggio poi cadeva il mio compleanno e mi è stato regalato Star Rats di Leo Ortolani. Se non conoscete Leo Ortolani vi prego cercatelo, compratelo e leggetelo. Il genio che ha creato il personaggio di Rat-Man. Non conosco fumetto più divertente.
Arriviamo all’estate. La mia principale lettura da ombrellone di quest’anno è stata Via col vento di Margaret Mitchell che è un capolavoro assoluto. Meraviglioso, stupendo, fantastico, bellissimo, lo adoro. Ne ho parlato per settimane su questo blog, tanto che credo di aver esaurito tutte le mie parole al riguardo.
Invece la seconda lettura estiva è stata L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud. Molto carino. E’ il primo libro della Trilogia di Bartimeus, diventata tetralogia nel 2010. Maghi, magia, folletti, demoni, inganni… fateci un pensierino, ne vale la pena.
Poi è stata la volta di Tempesta di spade. Libro terzo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (sempre di Martin) e, ad ottobre, sono iniziati gli incontri del Salotto di lettura della Pennylane che hanno visto il romanzo I Buddenbrook di Thomas Mann come protagonista delle discussioni settimanali.
Dal momento che il salotto si è concluso a dicembre (il libro era bello corposo), nel frattempo ho letto anche L’occhio del Golem di Jonathan Stroud (secondo capitolo della Trilogia di Bartimeus) e, da Natale ad oggi, 29 dicembre, ho letto il meraviglioso Canto di Natale di Charles Dickens.

La cosa bella di questo 2016 è stata scoprire che esistono comunità di lettori sui vari social che si scambiano idee, opinioni e consigli. E’ un bel modo per arricchirsi. Ed è stato proprio grazie a questa tipologia di lettori che ho potuto scoprire libri per me nuovi, che non conoscevo prima. Tutto questo mi ha portata ad aprire il blog che ora state leggendo e, qualche giorno fa, anche un canale su YouTube che spero prenderà una buona piega.

Questo è stato in breve il lato libroso del mio 2016.

Vi faccio i migliori auguri di un felice anno nuovo e vi rimando al 2017.

capodanno

– Ophelia –

 

 

 

 

 

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“L’occhio del Golem” di Jonathan Stroud

Salve a tutti!
Ecco finalmente la recensione del secondo capitolo della Trilogia di Bartimeus, ovvero L’occhio del Golem che ho terminato giusto ieri sera.

Pubblicato nel 2005 ed edito in Italia da Salani, questo secondo volume vede uncover
ampliamento della trama rispetto al primo.
Una narrazione più densa e con una trama più fitta e complicata che presenta una più vasta gamma di elementi.
Un romanzo più maturo, se vogliamo, rispetto al precedente L’amuleto di Samarcanda.

Sono passati quasi tre anni dalle vicende del primo libro, e Nathaniel si è confermato il mago più giovane e intraprendente di tutto il Ministero. Ed è proprio in virtù delle sue capacità straordinarie che viene scelto per risolvere un mistero inquietante: una specie di enorme mostro, circondato da una nube di oscurità, getta Londra nel panico e fa strage di cose e persone. Il primo ministro è convinto che sia colpa della Resistenza, un gruppo di londinesi privi di poteri magici che si oppone alla classe dominante dei maghi. Messo alle strette e circondato dall’invidia e dall’odio degli altri membri del Parlamento, Nathaniel deve andare a Praga alla ricerca del colpevole, ed evoca di nuovo il jinn Bartimeus che già l’aveva aiutato tre anni prima. Ma stavolta Bartimeus non è affatto d’accordo.

Anche volta la vicenda è divisa in tre parti che scandiscono le tre fasi della narrazione.
Ritornano l’esuberanza, l’ironia e il sarcasmo di Bartimeus, caratteristiche che lo rendono ancora una volta il personaggio più interessante e divertente dell’intero romanzo.
Troviamo poi un Nathaniel cresciuto, più consapevole delle proprie capacità ed ancor più ambizioso e avido di potere. Il carattere del giovane mago in questo romanzo perde quella bonarietà fanciullesca che traspariva ne L’amuleto di Samarcanda. Per quasi tutto il romanzo non si percepisce in lui alcun segno di umanità, umiltà e compassione. Oramai sembra essersi totalmente integrato nell’ambiente del Ministero, ed il suo personaggio è molto simile a quello di Simon Lovelace, il “cattivo” del libro precedente.
A sdrammatizzare l’eccessiva serietà della figura del ragazzo, che tenta in tutti i modi di apparire ben più maturo dei suoi quattordici anni, è l’ironia di Bartimeus, che non fa altro che ricoprirlo di ridicolo, facendolo sembrare un’impacciata caricatura di un mago.
Abbiamo poi una new entry con il personaggio di Kitty Jones, una comune  impegnata nella Resistenza che viene solo citata nel primo volume della saga, che vede una buona parte di capitoli a lei dedicati, in cui viene approfondita la sua storia e il suo rapporto con la Resistenza.

Lo stile di Jonathan Stroud è come sempre molto scorrevole e la struttura narrativa è ben organizzata e, come per il precedente capitolo della saga, si rimane col fiato sospeso fino alle ultime pagine del romanzo. Non mancano poi i colpi di scena che tengono il lettore incollato alle pagine dall’inizio alla fine.

Nel complesso devo dire che ho trovato L’occhio del Golem un buon libro di intrattenimento, anche se devo dire che ho avvertito un po’ la mancanza dell semplicità narrativa del primo libro e dei buoni sentimenti che rendevano Nathaniel un ragazzino capace di provare dell’affetto per le persone che gli erano vicine. Ecco…questo aspetto un po’ fanciullesco è andato un po’ a perdersi, ma resta comunque un libro che mi sento di consigliare, magari durante il periodo delle vacanze o se volete distrarvi e siete in cerca di una lettura leggera e piacevole.

Ora sono curiosa di vedere come andrà a finire questa trilogia.

Vi saluto e vi rimando alla prossima!

“A Christmas Carol” di Robert Zemeckis

 

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Bellissimo film del 2009 firmato Walt Disney e diretto da Robert Zemeckis (regista di celebri pellicole tra cui Ritorno al futuroChi ha incastrato Roger RabbitForrest GumpCast Away Polar Express), realizzato con la tecnica della motion capture.

Non adatto ad un pubblico troppo giovane, si distacca dal filone Disney dei classici che hanno accompagnato l’infanzia di intere generazioni. Toni cupi, ombre oscure, apparizioni di fantasmi e scene al limite dell’horror, arricchite da una trama densa di momenti colmi di malinconica tristezza e da un linguaggio tipicamente ottocentesco, rendono questa pellicola una perla dell’animazione disneyana.

Zemeckis afferma che Canto di Natale di Charles Dickens è una delle sue storie preferite, ed infatti il suo è un adattamento che si sviluppa nel pieno rispetto del testo originale, conservandone le atmosfere e i ritmi narrativi. Tangibile è anche la fedele ricostruzione della Londra dell’epoca, che ci viene presentata avvolta nella bellissima colonna sonora composta da Alan Silvestri, in cui emergono i più famosi temi natalizi appartenenti alla tradizione.

Rivedere questo film a distanza di sei anni mi ha riportato le stesse sensazioni che ricordavo di aver avvertito la prima volta che lo vidi: la malinconia nei ricordi degli anni passati, l’amarezza del presente e la sensazione di ansia, paura e freddo abbandono che attendono il futuro del signor Scrooge.

Una pellicola che sa comunicare e che sa arrivare allo spettatore in modo diretto e senza filtri, che sa trasportare in un travolgente viaggio attraverso la parte più cupa dello spirito umano.

E’ così che dall’unione della penna di Dickens e della fervida immaginazione di Zemeckis, nasce questo film: una riflessione sul significato del Natale ma anche sul senso della vita dell’uomo su questa terra; un messaggio di amore, fratellanza, altruismo e rispetto verso gli altri; un sentimento di pace che allieta il cuore; una bella favola da guardare in compagnia la notte di Natale.

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“I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia” di Thomas Mann

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Salve a tutti.
Oggi voglio parlarvi de I Buddenbrook: l’ultimo libro che ho letto.
Questo romanzo è stato il mio primo approccio all’opera di Thomas Mann e mi ha così piacevolmente sorpreso che non posso fare a meno di dirvi che cosa ho apprezzato di queste pagine.

Pubblicato nel 1901, quando Mann aveva appena 26 anni, I Buddenbrook divenne subito un best seller. Fu il primo romanzo ed il primo grande successo dello scrittore, al punto che lo portò alla vittoria del Premio Nobel per la letteratura nel 1929.

Il libro racconta la storia di una famiglia dell’alta borghesia di Lubecca che si occupa della vendita di granaglie. Il racconto si svolge in un lasso di tempo che va dal 1835 al 1877, ed in questo periodo vediamo come la famiglia Buddenbrook sia andata sempre più verso la disgregazione e la completa rovina,  attraverso le vicende di quattro generazioni.

Il romanzo inizia con un pranzo di inaugurazione della casa che ospiterà la famiglia per quasi tutto il libro. Il capofamiglia è il vecchio console Johann Buddenbrook, capo della ditta “Johann Buddenbrook”, è uomo di stampo illuminista, legato ai princìpi e alle mode del proprio secolo. Johann ha girato l’Europa ed è un brillante uomo d’affari che conduce la ditta e la famiglia attraverso anni di felice prosperità.

Alla sua morte gli succederà il figlio Johann, detto “Jean”. Totalmente diverso dal padre, è pervaso da un forte e sempre presente spirito religioso. Sotto la sua guida la famiglia e la ditta vedranno i primi traumi che comprometteranno le loro sorti per sempre.

A Jean succede il primogenito Thomas, che si rivelerà un ottimo dirigente ed un’importante guida per la famiglia. Fin da giovanissimo imparò con entusiasmo ad occupare il posto che gli spettava e con lui l’onore della famiglia vede il momento di maggiore splendore quando fu eletto senatore.
Ma sarà proprio con Thomas che la famiglia inizierà il suo vero tracollo, poiché lui è il primo Buddenbrook che, ad un certo punto della sua vita, si ritrovbuddenbrookhaus_um_1870erà a lavorare senza una ragione perché non vedrà più un futuro in cui la sua stirpe potrà continuare a prosperare.

Johann Justus Kaspar, soprannominato “Hanno” è l’unico figlio di Thomas e rappresenta la quarta generazione della famiglia. La sua indole è completamente diversa da quella del padre: fin da piccolissimo si dimostrerà essere di salute cagionevole e troppo sensibile ed insicuro per poter sperare un giorno di portare avanti la ditta di famiglia.
Questo è il primo membro della famiglia ad avere sviluppatissime doti musicali, e lo renderà totalmente estraneo al padre e molto più vicino alla madre Gerda, talentuosa violinista.
Hanno incarna pienamente il tramonto della sua famiglia e rappresenta allo stesso tempo
l’epilogo di un’epoca  e di quella borghesia che vive la sua crisi schiacciata dal peso dei suoi stessi riti e dei suoi obblighi morali.
In Hanno è già presente il seme dell’uomo nuovo del Novecento.

Ciò che mi è piaciuto in modo particolare di questo libro sono stati i motivi ricorrenti, o leitmotiv, che Mann utilizza e a cui attribuisce diversi valori simbolici. Ad esempio: con il passare del tempo si affievolisce sempre più la salute dei personaggi principali, soprattutto  di Antonie, Christian e Clara, anche se alla fine anche Thomas riscontrerà problemi di salute. La malattia caratterizza l’anello debole della famiglia, colui che, nonostante l’impegno e le buone intenzioni non vi porterà altro che disgrazie e disonore, contribuendo a trascinarla verso il disgregamento e la rovina. C’è da dire che i mali dei personaggi sono strettamente legati al cibo, e la salute dei loro denti e dei loro stomaci peggiora sempre di più fino a causare problemi di alimentazione, come succede per Hanno quasi alla fine del libro.
Oltre al mal di denti e al mal di stomaco, gli altri elementi ricorrenti sono il giallo e l’azzurro. Il vecchio Johann ed il figlio Jean poco prima di morire diventano gialli in volto. Thomas da piccolo aveva i denti gialli. Posso dedurre che questo colore contraddistingua le personalità forti e positive della famiglia (ricordo che il declino di Thomas inizia a quarantadue anni e non prima). Invece Gerda ed Hanno sono contraddistinti dal colore azzurro, che potrebbe rappresentare la non appartenenza, la diversità e l’estraneità rispetto agli altri Buddenbrook.

Ho poi notato che Mann manifesta molto chiaramente il suo apprezzamento verso l’opera di Wagner, o “nuova musica”, come viene definita all’interno del romanzo. E probabilmente si è ispirato proprio al compositore tedesco per l’utilizzo del leitmotiv di cui vi ho appena parlato.

Ho trovato poi molto belle ed accurate le pagine in cui si parla di musica, armonia e composizione. Pagine in cui traspaiono le competenze e le conoscenze dello scrittore in campo musicale.

Mi sono imbattuta in questo romanzo grazie al un gruppo di lettura su facebook Salotto di Lettura di Pannylane, e mi sento di ringraziarlo perché aver avuto la possibilità di leggere in gruppo un’opera così importante a livello letterario e pregna di significato, di storia e di simbologie, ha reso certamente l’impresa più leggera e divertente.

Non è un libro che consiglierei a chiunque perché la scrittura di Thomas Mann è molto poco coinvolgente a livello emotivo e i personaggi sono delineati in modo tale che il lettore difficilmente riesca ad immedesimarsi in loro.
Quindi se vi piacciono letture coinvolgenti non è certo questo il libro che fa per voi.
Se invece siete lettori ben temprati e abituati a questo genere di romanzi, non esitate nell’intraprendere questa meravigliosa lettura.

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