“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle

Ho iniziato la lettura di questo libro cavalcando l’onda di entusiasmo scatenata dalla visione della serie TV di Sherlock.9788807901652_quarta
Avevo in realtà intenzione di addentrarmi tra gli scritti di Doyle da qualche tempo già, ma visto che in questo periodo sono “in argomento”, ho pensato di andare subito all’origine del prodotto della BBC e vedere quanto ci fosse del vero Sherlock Holmes nella magnifica interpretazione di Benedict Cumberbatch.

Uno studio in rosso è il primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle sulle avventure del celebre detective Sherlock Holmes, e venne pubblicato nel 1887.

Questo romanzo è diviso in due parti: nella prima viene raccontato lo svolgersi delle indagini da parte di Gregson, di Lestrade e di Holmes che proseguono indipendentemente l’una dall’altra fino alla risoluzione dell’enigma da parte dell’ultimo (ovviamente); mentre nella seconda parte viene narrata la storia dei due uomini assassinati, appartenenti alla comunità dei mormoni poligami di Salt Lake City, nello Utah, e del loro carnefice, che occupa molto spazio all’interno del libro.
E’ quindi un racconto nel racconto in quanto l’azione che si svolge a Londra può essere vista come una cornice della storia che ha origine nel selvaggio West.

L’intera narrazione rientra nelle memorie del dottor Watson, che hanno soprattutto la funzione di esaltare e rendere pubblici i meriti di Holmes, perennemente messi in ombra dalle figure di Lestrade e Gregson, i due investigatori di Scotland Yard a cui va il merito per i casi risolti dal “dilettante” Sherlock Holmes.

Il primo a comparire in questo romanzo è ovviamente il dottor John H. Watson che scrive le sue memorie.
Laureatosi in medicina alla London University nel 1878, John Watson diventa un chirurgo militare dell’esercito coloniale britannico e, nel 1880, partecipa alla seconda guerra anglo-afgana, restando ferito alla spalla nella battaglia di Maiwand.

Congedato, ritorna a Londra e decide di trovare casa: i prezzi elevati degli affitti lo inducono a cercare un coinquilino. Così, tramite un ex compagno di studi, conosce Sherlock Holmes, con il quale divide un appartamento al 221B di Baker Street.

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Il dottor Watson è inizialmente molto incuriosito dal suo nuovo coinquilino dalle strane abitudini. Infatti il signor Holmes è uno che lascia in giro sostanze chimiche per i suoi esperimenti, che a volte si sente depresso e allora non parla per giorni interi, che spesso ha bisogno della compagnia del suo violino per pensare e concentrarsi, e che è solito utilizzare il salotto dell’appartamento per ricevere i suoi clienti.

Watson cerca per diversi giorni di indovinare quale sia l’occupazione del signor Holmes, ma non osa chiederglielo direttamente per non sembrare scortese ed invadente, quindi prova a dedurlo dalle informazioni che ha ricavato dalle conversazioni che ha avuto con lui. E cerca di farlo compilando una lista delle sue conoscenze:

SHERLOCK HOLMES – I SUOI LIMITI

  1. Conoscenza della letteratura – Zero.
  2. Conoscenza della filosofia – Zero.
  3. Conoscenza dell’astronomia – Zero.
  4. Conoscenza della politica – Scarsa.
  5. Conoscenza della botanica – Variabile. Sa molte cose sulla belladonna, l’oppio, e i veleni in genere. Non sa niente di giardinaggio.
  6. Conoscenza della geologia – Pratica, ma limitata. Distingue a colpo d’occhio un tipo di terreno da un altro. Rientrando da qualche passeggiata mi ha mostrato delle macchie di fango sui pantaloni e, in base al colore e alla consistenza, mi ha detto in quale parte di Londra se l’era fatte.
  7. Conoscenza della chimica – Profonda.
  8. Conoscenza dell’anatomia – Accurata, ma non sistematica.
  9. Conoscenza della letteratura scandalistica – Immensa. Sembra conoscere ogni particolare di tutti i misfatti più orrendi perpetrati in questo secolo.
  10. Buon violinista.
  11. Esperto schermidore col bastone, pugile, spadaccino.
  12. Ha una buona conoscenza pratica del Diritto britannico.

Ma ecco che dopo poco tempo Scotland Yard chiede la collaborazione di Sherlock Holmes per risolvere un misterioso caso di duplice omicidio riscontrato a Lauriston Garden, e Watson finalmente comprende che il suo coinquilino è un consulente investigativo dalle straordinarie doti, capace di fare dell’arte della deduzione una scienza esatta.

Ho trovato molto bella la presentazione dei personaggi di Watson e di Holmes, sebbene il carattere e la personalità di quest’ultimo venga appena accennata senza alcun tipo di approfondimento.

Tutta la vicenda che si dipana nella seconda parte, invece, mi ha dato l’impressione disherlock-holmes-147255_960_720 essere un qualcosa che è stato intromesso un po’ a forza dallo scrittore, e questa sensazione è data soprattutto dal fatto che il lettore non viene assolutamente preparato, ritrovandosi di colpo spazzato via dalla Londra degli anni ’80 per seguire l’evoluzione di una storia che ha avuto origine vent’anni prima tra le montagne dello Utah.

In conclusione, è ben evidente il fatto che si tratti di un romanzo d’esordio e che anche i personaggi protagonisti debbano ancora essere ben sviluppati, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto psicologico, ma l’ironia di Doyle e la sua bravura stilistica rendono Uno studio in rosso un romanzo assolutamente godibile, e quel che ne resta è la voglia di scoprire altre avventure del detective Sherlock Holmes e del dottor John Watson.

 

 

 

 

The Interview – Tag

Ringrazio Fall in “Books” per avermi nominata nell’interessante intervista da lei ideata.

Mi fa sempre molto piacere conoscere meglio le persone che si trovano dietro ai blog che seguo, quindi partecipo volentieri 🙂

Cominciamo.

The Interview – Tag

Le regole sono semplicissime. Io scriverò dieci domande alla quale tutti i blog che nomino dovranno rispondere (se hanno piacere a farlo ovviamente) attraverso un articolo da pubblicare citando l’ideatrice del tag (Fall in “Books”) e nominando a loro volta altri blog (almeno tre) che dovranno continuare la catena.

Le domande rimangono le stesse ma sarà interessante leggere ogni volta le risposte di ognuno.

1 – Quanti anni hai e in che città vivi?

2 – Studi o lavori?

3 – Dicci un tuo pregio e un tuo difetto.

4 – Qual è il tuo libro preferito? (se ne hai uno)

5 – Cos’è per te la lettura?

6 – Se dovessi scegliere solo tre libri da portare con te in un’isola deserta, quali sceglieresti?

7 – Sei brava/o ai fornelli o preferisci mangiare?

8 – In quale città ti piacerebbe vivere?

9 – Qual è l’ultimo viaggio che hai fatto?

10 – Perché hai deciso di aprire un blog?

 
Ecco le mie risposte:

1 – Ho 26 anni (quasi 27) e vivo in provincia a sud di Roma.

2 – Studio. Sto terminando un corso di perfezionamento in flauto di tre anni e ad ottobre tornerò all’università per la laurea magistrale.

3 – Uhmmm… difficile. Non sono brava a riconoscere i miei pregi e i miei difetti. Sono una persona sostanzialmente buona e disponibile, e questo è un pregio direi. Un difetto invece è che non sono molto paziente.

4 – Il mio libro preferito è Il Signore degli Anelli.

5 – La lettura è quel momento in cui ti estranei completamente dal tuo presente e ti teletrasporti in un altro luogo e in un’altra epoca, dove puoi vedere cose bellissime e imparare tanto.

6 – Porterei il mio preferito, ovvero Il Signore degli Anelli, e due che ancora non ho letto, come Guerra e Pace e i racconti di sir Arthur Conan Doyle.

7 – Preferisco mangiare. Decisamente.

8 – Forse a Londra. Visivamente mi piace molto e c’è molto fermento culturale, ma la verità è che non lo farei mai realmente.

9 – Sono stata a Dublino. Città bellissima.

10 – Perché mi piace condividere e scambiare opinioni su ciò che mi piace.
Ed ora le nomination:

Book Coffee Site

Il Lettore Curioso

Diario di una lettrice

Cespuglio Curioso

Sara Fabian

Sono curiosa di leggere le vostre risposte 😉

 

Cosa ne penso di “Sherlock”

Si, lo so… ultimamente sono un tantino monotematica su questo blog (visto che è il terzo post di fila che scrivo su Sherlock), ma non potevo non esprimere le mie opinioni dopo aver visto tutte e quattro le stagioni della serie.

Prima di continuare a leggere voglio che sappiate che in questo post ci sono degli spoiler.
Detto questo… cominciamo.

Per me Sherlock si divide fondamentalmente in tre fasi:

  • la saga di Moriarty (stagione 1 e 2);
  • l’intermezzo (stagione 3);
  • il nuovo Sherlock (stagione 4).

LA SAGA DI MORIARTY.

Una scontro tra opposti, una lotta all’ultimo sangue tra intelligenze superiori: un consulente investigativo da un lato e un consulente del crimine dall’altro.
Due personaggi agli antipodi, due opposti le cui capacità si equivalgono, una guerra tra pari.

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Questa storia potrebbe apparire come la classica lotta tra bene e male, ma in realtà non lo è affatto, perché Sherlock non incarna di certo il bene.
Il signor Holmes è un antieroe, un uomo solitario che non ha amici, un sociopatico iperattivo, come lui stesso si autodefinisce, a cui non interessa nulla del prossimo. Sherlock non bada a sentimenti, non ha tempo né interesse per i legami, neanche per quelli familiari. Egli è totalmente dedito al suo lavoro e l’unica cosa che gli importa è dimostrare la sua superiorità intellettiva trattando gli altri come perfetti idioti.
Gli piace fare la prima donna, insomma, ed è anche annoiato dalla banalità che lo circonda e dalla prevedibilità degli esseri umani, così scontati e limitati.
Il suo lavoro è la sua droga, e come tutti i tossicodipendenti, ne ha assoluto bisogno per non andare fuori di testa, ed è solo per questo motivo che acconsente ad aiutare la polizia di Londra nelle indagini dei casi più difficili.
E’ un edonista ed un totale egoista.
Gli piace mettersi in mostra.
E’ teatrale ed irritante.
Insomma, non è il miglior modello di altruismo e di integrità morale come ogni eroe del bene che si rispetti.

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Ma c’è anche qualcun altro che è terribilmente annoiato dalla banalità quotidiana e che sente l’irrefrenabile bisogno di mostrare al mondo le proprie capacità e la propria intelligenza: James Moriarty, la più grande mente criminale che il mondo abbia mai conosciuto.
Sebbene esca allo scoperto soltanto negli ultimi minuti dell’ultimo episodio della prima stagione, Moriarty è il filo conduttore che lega tutto ciò che accade nella prima prima e tutto ciò che accadrà nella seconda stagione.
E’ sempre presente.
E’ l’ossessione di Sherlock.
Dietro ogni caso, dietro ogni serie di misteriosi omicidi, dietro tutte le difficoltà del detective, c’è sempre e solo Moriarty.
E’ il giocatore al di sopra di tutto e di tutti, che muove le pedine sulla scacchiera di Londra, e quando il gioco ha inizio, Sherlock non può che rispondere.
Il detective viene continuamente messo alla prova dal suo opposto in una continua lotta di autoaffermazione e predominio sull’altro, che lascia lo spettatore col fiato sospeso per interi episodi, fino a quando…

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E John Watson? Ex medico militare reduce dall’Afghanistan che non riesce a dire “addio” alla guerra. Viene trascinato da Sherlock e catapultato nel suo mondo diventando ben presto più che un semplice coinquilino.
Anche John ha i suoi tormenti e i suoi fantasmi.
E’ perennemente in analisi e trova pace solo quando lavora al fianco di Sherlock.
A John piace vivere sul campo di battaglia, non può farne a meno: ne è dipendente.
Inoltre John è il completamento di Sherlock: è un uomo passionale, che ama le donne, che dà importanza all’amicizia ed ha le competenze mediche che mancano al suo collega.
Insieme sono davvero un’ottima squadra.

L’INTERMEZZO

La terza stagione porta dei cambiamenti percettibili.
Si distacca dalle prime due sia per quanto riguarda lo stile narrativo, per così dire, dei singoli episodi, sia per quanto riguarda la fotografia, sia per quanto riguarda i personaggi stessi.
Io non ho ancora avuto il piacere di leggere i racconti di Doyle, quindi non so quanto ci sia dello Sherlock letterario in questa stagione, ma personalmente ho avvertito il distacco da quella dimensione letteraria in cui si sono sviluppate le precedenti stagioni.
Nelle prime due stagioni era chiaramente avvertibile il fatto che le storie fossero il frutto di un eccellente lavoro di riadattamento dei racconti di sir Arthur. Ora non più, perché avviene un distaccamento dall’idea iniziale che aveva mosso e alimentato la Saga di Moriarty, e viene elaborato uno sviluppo, incentrato soprattutto sulla personalità di Sherlock e sul suo modo di rapportarsi con gli altri.

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In questo momento, infatti, il nostro detective inizia a mostrare sincero affetto per il suo amico Watson e mostra gratitudine e riconoscenza anche alla fedele Molly Hooper, addolcendo i toni con cui si rivolge a lei.
Anche l’aspro rapporto con Mycroft sembra mitigarsi e i due finalmente iniziano a sembrare veramente fratelli.
Insomma, sembra proprio che Sherlock si stia rendendo conto che intorno a lui ci sono delle persone, e non soltanto stupide zucche vuote da sfruttare e manipolare per mettersi in mostra o per allontanare la noia quotidiana.

In questa stagione anche il personaggio di John Watson matura da un punto di vista sentimentale: smette infatti di rimbalzare da una donna all’altra e trova finalmente la sua anima gemella: una donna dalla spiccata intelligenza che entra subito in sintonia con Sherlock, rafforzando il legame tra i due amici.

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La terza stagione è incentrata fondamentalmente sul crescente sentimento di amicizia tra Sherlock e John e sull’innamoramento di John per Mary.
Passano invece in secondo piano i casi da risolvere che tanto piacciono ai due amici, al punto che, a serie finita, a mala pena ci si ricorda del cattivo di turno che succede a Moriarty: Charles Augustus Magnussen.
Magnussen è un viscido magnate dell’editoria che conosce i segreti della vita trascorsa della ormai signora Mary Watson.

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Infine anche la fotografia cambia da adesso in poi: si fa più dinamica, vengono accentuate le profondità degli spazzi e la sovrapposizione dei livelli giocando sulla messa a fuoco dei piani e si vanno a perdere un po’ l’alternanza creata dai contrasti di colore nelle scene notturne e i colori chiari e desaturati delle scene diurne.
Peccato, era un elemento caratterizzante.

IL NUOVO SHERLOCK

Anche Magnussen è stato tolto di mezzo, ma il meccanismo innescato alla fine della stagione precedente continua a girare, fino a quando si arriva a svelare il grande segreto di Mary Watson: un passato che tornerà inarrestabilmente a galla e che la porterà via per sempre da John e da Sherlock.

Il lutto, il dolore e il rimorso per la morte di Mary allontanerà i due amici portandoli alla rovina: John tornerà in analisi e Sherlock vivrà un momento difficile di dipendenza dalle droghe che gli costerà quasi la vita.

Sarà proprio il fantasma di Mary a ricongiungerli e a salvarli, e a fargli capire che per sopravvivere hanno bisogno l’uno dell’altro.

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L’evoluzione interiore di Sherlock continua: lo vediamo piangeresoffrire per l’amica scomparsa e risollevarsi per il riavvicinamento di John.
Insomma, possiamo dire che ormai il nostro caro detective sia totalmente umano, e come tale è preda dei suoi sentimenti.

Ogni uomo, si sa, ha i propri punti deboli, le proprie paure, i propri tormenti e le proprie ossessioni.
E qual è la più grande paura di Sherlock?
La sua continua ossessione?
La risposta è: Moriarty.

Sì.
Torna l’ombra oscura di Jim Moriarty direttamente dall’oltretomba con l’intento di voler distruggere tutto il mondo di Sherlock: il suo compagno d’avventure, i suoi amici, suo fratello e tutta la sua vita.
Si manifesterà attraverso la spietata mente di Euros, una donna glaciale e pericolosa che trae il suo odio dagli affetti negati di una vita.

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Sarà proprio Sherlock l’uomo che le farà scoprire il calore dell’affetto fraterno.

CONCLUSIONI

Ho adorato Sherlock.

Aspettavo da anni qualcosa che potesse superare il lavoro fatto in Breaking Bad, e finalmente l’ho trovato.

Consiglio caldamente questa serie a chiunque non l’abbia ancora vista.

La perfezione non esiste, ma Sherlock la sfiora.

Peccato per l’ultima puntata… c’era qualcosa di troppo.
O è più corretto dire che c’era QUALCUNO di troppo.

Ma che nomi sono “Sherlock” e “Mycroft”?

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Proseguo la visione di Sherlock con molto piacere e con picchi di entusiastico fomento.
Oramai sono arrivata quasi alla fine della terza stagione, ed anche se ho incontrato un paio di episodi che non hanno pienamente soddisfatto le mie aspettative, devo dire che è la miglior serie TV che io abbia mai visto, e penso che sarà difficile trovarne un’altra che possa avvicinarsi al suo spessore.
Ma il fatto che Sherlock sia un prodotto di altissima qualità è ormai opinione diffusa e non starò qui a dirvi le ragioni per cui anch’io lo consideri tale.
Voglio invece condividere con voi qualcosa che ho trovato in giro per il web quando mi sono chiesta: <<Ma che razza di nomi sono “Sherlock” e “Mycroft”?>>.
Si, insomma… sono nomi desueti, dal suono antico, che non ha usato nessun’altro “credo” oltre ad Arthur Conan Doyle, ed inseriti in un contesto contemporaneo come quello della serie TV, appaiono un tantino… strani.
Ma bando alle ciance e vediamo qual è  l’origine ed il loro significato dei nomi dei fratello Holmes.

  • SHERLOCK è oggi un cognome inglese e deriva dall’inglese antico scir, “bright” (luminoso, chiaro), e locc, “lock of hair” (ciocca di capelli). Ce ne sono altri di cognomi simili che derivano dal colore dei capelli delle persone, e sono Blacklock (capelli neri), Silverlock (capelli d’argento) e Harlock (capelli grigi). Ma può darsi anche che il nome Sherlock derivi da shear lock, che vuol dire “capelli tagliati molto corti”.
    Sir Arthur Conan Doyle inizialmente aveva chiamato il suo personaggio con il nome di Sherrinford Holmes, in onore del grande Oliver Wendell Holmes. Ma nelle tre settimane che impiegò per scrivere il suo primo racconto sul famoso detective, Uno studio in rosso, Doyle gli ha cambiato il nome in Sherlock, dopo una partita a cricket con un misterioso avversario.
  • MYCROFT è anch’esso un cognome inglese. Deriva dalla radice dell’antico
    inglese mýðe, che vuol dire “foce del torrente”, o mype, “l’azione dell’acqua”, e da croft, che significa “piccolo terreno circoscritto”. Sostanzialmente il significato del nome è “coltivato con l’acqua”. Ci sono altri nomi che provengono dalla stessa origine, come Mytton/Mitton/Myton. Il cognome Mycroft è ancora abbastanza comune nell’area rurale di Notts, del Derbyshire e del Sud Yorkshire.

Non è chiaro il perché sir Arthur Conan Doyle abbia voluto chiamare i suoi personaggi con dei cognomi piuttosto che con dei nomi.
L’ipotesi più probabile che mi viene in mente è che abbia voluto renderli unici e non confondibili con altri personaggi dai nomi diffusi e comuni.

Sherlock e Mycroft sono nomi creati da Doyle.
Forse il successo della serie ne favorirà la diffusione?

 

“Sherlock” di Steven Moffat e Mark Gatiss

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Arrivo sempre in ritardo quando si tratta di serie TV.
In genere ne vedo poche perché preferisco di gran lunga i film e tendo a lasciarmi intimidire dal numero delle puntate e delle stagioni da recuperare.
Poi, per quanto riguarda questa serie nello specifico, ero abbastanza prevenuta e decisa a non spendere il mio tempo per guardarla. La motivazione principale è che si tratta di un adattamento dello Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle ma ambientato nella Londra dei giorni nostri, e quando si tratta di reinterpretazioni e adattamenti di opere originali, che siano esse film, romanzi o composizioni musicali, sono sempre un po’ restìa e poco propensa a prestargli attenzione.
Ma devo ammettere che stavolta mi sbagliavo.

Ho iniziato a vedere Sherlock quasi per caso, forse incuriosita dal fermento che la quarta stagione ha lasciato dietro di sé ed anche perché avevo già apprezzato la recitazione di Benedict Cumberbatch in The Imitation Game, film del 2014 diretto da Morten Tyldum, o forse non c’è un reale motivo e ho iniziato a guardare la prima puntata per noia… fatto sta che è stata una scoperta fantastica.

La prima stagione è composta da tre episodi della durata di 90 minuti ciascuno.
Questi sono, a mio avviso, due fattori molto positivi perché:

  1. ogni episodio è sufficientemente lungo da permettere che il ritmo e lo sviluppo della trama siano più simili a quelli di un film vero e proprio che non a quelli di un telefilm;
  2. il fatto che la stagione sia composta soltanto da tre episodi non ne appesantisce la visione ed evita di far sembrare il tutto troppo ripetitivo.

Ma al di là di questo tipo di considerazioni, voglio dirvi quali sono state le cose che veramente mi sono piaciute e che mi hanno convinto a proseguire con la visione delle stagioni successive.

Il genio di Benedict Cumberbatch.0c2c7a033c56585e0fda263f31402097

Prima di iniziare le riprese, l’attore ha studiato il personaggio di Sherlock Holmes
leggendo tutti i romanzi di sir Arthur Conan Doyle perché voleva coglierne l’essenza.
E ci è riuscito molto bene.
La sua recitazione è qualcosa di spettacolare, a tratti quasi teatrale: postura, portamento e gestualità rendono il suo Sherlock un personaggio affascinante, carismatico e misterioso.
E pensare che la madre di Benedict riteneva che il figlio non fosse abbastanza bello per interpretare il detective più famoso di tutti i tempi, e quindi che non fosse la persona adatta.
Direi che la signora si sbagliava.

La fotografia.

Sherlock: A Study In Pink

Composizioni studiate al millimetro, contrasti di colori, perfette simmetrie ed esaltazione di profondità e di spazi arricchiscono la sceneggiatura e la trama di Sherlock.
La cura che è stata dedicata alla fotografia di questa serie è un fattore che contribuisce ad avvicinarla ancora di più ai prodotti cinematografici del grande schermo.
Ciò che subito si nota sono i colori desaturati nelle scene aperte, soprattutto in quelle che mostrano Londra e i suoi palazzi: i colori sono a tratti impercettibili, come un bianco e nero sbiadito, che danno un effetto un po’ retrò e sono di forte impatto emotivo.
Questo si scontra poi con i contrasti rafforzati nelle scene buie, negli inseguimenti lungo le vie a ridosso del Tamigi e nelle ambientazioni notturne.
E’ bello vedere Sherlock anche solo per l’accuratezza della fotografia.

La colonna sonora.

La sigla di apertura è stata composta da David Arnold e Michael Price, nomi importanti della musica da film (il primo ha lavorato a Stargate e Independence Day, il secondo come music editor nella trilogia del Signore degli Anelli).
La melodia è orecchiabile e riconoscibile, e basta sentirla una volta per ritrovarsi a canticchiare il vivace ritornello dall’atmosfera vagamente orientale.
Un motivo ironico, retrò ed elegante, proprio come Sherlock.
Il personaggio che si rispecchia nel tema della colonna sonora.
Non capita poi così spesso.

Questo è stato quello che mi ha colpito di più nei primi  tre episodi di Sherlock.
Mi aspetto grandi cose dalle stagioni successive.

 

 

 

 

“Assassin’s Creed” di Justin Kurzel

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Ieri sera sono andata al cinema a vedere Assassin’s Creed, il film ispirato all’universo del best seller videoludico della Ubisoft.

Ho voluto vederlo perché ho delle simpatie per il videogioco, anche se lo conosco solo in parte perché la mia costanza con questo tipo di intrattenimento è quella che è: si alternano periodi di chiusa mortale che possono durare anche un mese o due a luuuuuuuunghi periodi di nulla.
Ma va bene così.

Cosa mi aspettavo da questo film?
Tante corse e salti da un tetto all’altro, tante gole tagliate, tanti salti della fede ed una buona contestualizzazione storica.

Cosa ho trovato?
Tante corse e salti da un tetto all’altro, qualche gola tagliata, un solo salto della fede, una contestualizzazione storica praticamente inesistente ed una buona dose di questioni campate in aria e non spiegate.

Ma vediamo di cosa effettivamente parla questo film.

Siamo nella Spagna del 1492 e Aguilar de Nerha viene introdotto nella Confraternita degli Assassini, un ordine segreto che per secoli si è opposto a quello dei Templari. Il compito che viene affidato ad Aguilar è quello di proteggere il Principe di Granada, figlio del Sultano.

Nel 1986, Callum Lynch fa ritorno a casa e trova sua madre morta, uccisa da suo padre, un membro dell’Ordine degli Assassini, che ordina al figlio di scappare quando arrivano gli uomini armati della Fondazione Abstergo (il moderno Ordine dei Templari) per evitargli la cattura.

Trent’anni dopo, nel 2016, Callum viene condannato a morte per omicidio, ma vienedf-02748 salvato dalla stessa Fondazione Abstergo e trasportato nella loro struttura a Madrid per diventare lo strumento che li condurrà al termine di una ricerca che va avanti da oltre cinquecento anni: trovare la Mela dell’Eden.

Questa sfera dorata fu creata da un’antica civiltà e contiene il codice genetico del libero arbitrio dell’uomo, e la Dr.ssa Sophia Rikkin, figlia del capo della fondazione, vuole utilizzare per curare ed estinguere la violenza nel mondo.

Da dove viene l’antica sfera? Come è possibile utilizzarla per curare la violenza come se fosse una malattia? E’ una sfera magica? Come si usa? … Non si sa. Il film non lo spiega.

Viene scelto proprio Callum Lynch perché è il diretto discendente di Aguilar de Nerha, ed è questo il motivo per cui viene introdotto nel progetto Animus. Cal quindi viene collegato ad una macchina che gli permette di rivivere i momenti della vita del suo antenato tramite la memoria genetica, e questo permetterà all’Abstergo di ritrovare la Mela dell’Eden nascosta da Aguilar.

Questi sono i presupposti da cui poi si sviluppa la vicenda.

Ma la cosa che mi ha disturbato è che in questo film, oltre a non essere spiegato cos’è la Mela dell’Eden, a cosa serve, come si usa, da dove viene, ecc… non si parla neanche del Credo degli Assassini.
C’è una confraternita di persone che per secoli muore combattendo contro i Templari in nome di un Credo e il film non spiega minimamente cos’è.
E’ un credo religioso? E’ un giuramento ad un potere superiore? E’ un codice comportamentale? Boh. Non si sa.

Altro aspetto negativo del film, secondo me, è la completa assenza di contestualizzazione storica. Cioè… non puoi ambientarmi una vicenda in un preciso momento storico ed in un luogo specifico (Granada del 1492) e non amalgamare minimamente la storia narrata agli eventi di quel periodo storico.

L’unica cosa chiara è che ci sono gli Assassini che combattono contro i Templari per evitare che questi ultimi entrino in possesso della Mela dell’Eden. Questa Mela consentirebbe ai Templari di piegare la volontà della gente sottomettendola al loro potere eliminando, di conseguenza, la ribellione e la libertà di pensiero e azione che contraddistingue proprio gli Assassini.

Tutto il resto è un contorno più o meno sfocato.

In sostanza però non posso lamentarmi perché, in realtà, mi aspettavo di molto peggio.
Alla fine la trama non è malaccio e il film mi ha intrattenuta senza annoiarmi, quindi la sufficienza se l’è meritata.

Buona l’interpretazione di Michael Fassbender.

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“Olga di carta: il viaggio straordinario” di Elisabetta Gnone

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Finalmente.
Lo volevo da quando è uscito e quest’anno il Natale è stato generoso con me.

Proverò a parlarvi di questo libro che ho appena concluso così come mi viene, senza stare troppo a pensarci o a ragionarci, perché si tratta di un libro che lascia molte sensazioni… e le sensazioni non sono razionalizzabili.hd650x433_wm

Per me leggere Olga di carta è stato come mangiare uno di quei pasticcini di pasta frolla ripieni di crema e guarniti con frutti di bosco.
E’ un libro tenero, dolce e delicato che profuma di bosco d’estate.
E’ come un quadro con i colori di un campo di grano in un giorno di sole estivo.
E’ la morbida carezza di una fresca brezza dopo un tuffo nel lago in un pomeriggio caldo.
E’ sedersi all’ombra di un albero a guardare il cielo azzurro mentre intorno è tutto un frinìo di cicale.

19741926La storia è quella di Olga Papel, una bambina che vive nel paesino di Balicò, uno come ce ne sono tanti in Italia, dove il tempo sembra essersi fermato e dove la gente vive di tradizioni, di chiacchiere davanti un bar e di messe la domenica mattina.
Olga ha 11 anni ed in paese è famosa per le storie che racconta, così dettagliate e ben narrate che tutti si chiedono se siano vere.
Un giorno, per consolare il suo amico Bruco dalle prese in giro di bulli che lo perseguitano a causa del suo carattere debole e del suo marcato rotacismo, Olga inizia a raccontare la storia di una bambina di carta che non voleva più essere di carta, e per questo decide di intraprendere un lungo viaggio per chiedere alla maga Ausolia di trasformarla in una bambina normale, come tutte le altre.
Il viaggio si rivelerà lungo, faticoso e pieno di pericoli ma la bambina di carta incontrerà tanti amici che l’aiuteranno e che le faranno scoprire quanto lei sia forte nonostante sia fatta di fragile carta.
Per tutto il viaggio la bambina di carta penserà a qual è la sua dote, a cosa la contraddistingue come individuo… e alla fine non solo la troverà, ma capirà che la normalità non esiste perché ognuno è speciale e unico al mondo.

Uno stile semplice e scorrevole, adatto ai più piccoli, Olga di carta è una favola moderna che profuma di antico per i bambini che amano viaggiare con la fantasia e per gli adulti che vogliono riscoprire la semplicità e la dolcezza.

Io non posso che consigliarvi questo libro meraviglioso.

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