“The Last Guardian” di Fumito Ueda

Vi capita mai di comprare un libro solo perché la copertina vi ha incuriosito a tal punto da voler iniziare a leggerlo ancor prima di sapere di cosa trattasse? A me succede spesso, e l’ultima volta non si è trattato di un libro, ma di un videogioco.

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Quando ho iniziato a giocare a The Last Guardian non avevo alcun tipo di aspettative al riguardo e non avevo la più vaga idea di dove stavo per addentrarmi, ma, soprattutto, non sapevo e non credevo che un videogioco potesse avere un impatto emotivo così violento su di me.

Soltanto dopo aver poggiato per l’ultima volta il gamepad e dopo aver spento la console ho iniziato a cercare le recensioni del gioco per vedere cosa ne pensassero gli altri, perché io in quel momento (che è durato un bel po’ in realtà) ero ancora troppo emotivamente scossa per poter maturare un parere ed un giudizio che non fossero dettati dell’instabilità emotiva in cui il gioco mi aveva lasciata.
cover-r4x3w1000-58da7bdb80aa3-the-last-guardian-screen-06-ps4-eu-16jun15Così ho iniziato a cercare, e in molte delle recensioni che ho letto ciò che viene messo in risalto sono i difetti tecnici del videogioco, ovvero alcuni elementi di grafica sul finale, qualche sporadico (almeno per quanto mi riguarda) capriccio di Trico, che potrebbe mal interpretare le istruzione che gli date, e, soprattutto, l’instabilità della telecamera. A detta di molti queste sono le principali motivazioni che “guastano” l’esperienza di gioco e che rendono The Last Guardian un prodotto che non soddisfa il pubblico e che non giustifica i nove anni di produzione, che sono un lasso di tempo veramente enorme.
Anch’io ho notato questi difetti che a tratti mi hanno infastidita, non lo nego, ma non posso non dire che sono solo piccoli e trascurabili dettagli di fronte allo straordinario lavoro del Team Ico, che è giunto a termine nonostante gli intoppi che hanno portato più volte questo progetto sul punto di naufragare.

E’ un’opera veramente complessa: un’esperienza molto particolare che si trova a metà strada tra il videogioco e il cinema muto.
E’ un racconto di amicizia che ripercorre la straordinaria storia di un bambino e di un enorme grifone di nome Trico, le cui tappe sono scandite da una voce fuori campo che accompagna i gesti e le espressioni dell’animale.
I colori sono sempre tenui, e le costruzioni altissime di un’antica fortezza in rovina avvolta nel silenzio creano un’atmosfera rarefatta e quasi onirica: molto rilassante ma altrettanto inquietante.
Ma la vera componente poetica del gioco sta nel rapporto che si instaura tra il bambino e Trico. Il grifone è straordinariamente realistico sia nelle movenze che nelle reazioni e nelle espressioni, e con il tempo il giocatore impara a comprendere lo stato d’animo dell’animale; si viene quindi a creare una sorta di “legame affettivo” che si rafforza sempre di più, finché  l’interazione con in grifone non diventa quasi diretta, ed il bambino ne diventa solo il mezzo.
Si tratta di un vero e proprio capolavoro di narrazione che racconta il sentimento dell’amicizia, e lo fa nel miglior modo possibile, trasmettendone direttamente le sensazioni al videogiocatore.
Insomma, si arriva alla fine del gioco che a Trico gli si vuol bene veramente, ed è per questo che il coinvolgimento emotivo è tale da oscurare quei piccoli difetti tecnici di cui vi parlavo all’inizio.

The Last Guardian è un videogioco che richiede costanza, pazienza e sensibilità: non aspettatevi combattimenti o scene d’azione, perché qui non le troverete, ma armatevi di pazienza preparatevi ad un bellissimo viaggio che resterà impresso nella vostra memoria.

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Qui trovate il link del videogioco.

 

 

 

 

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