“Anna dai capelli rossi” arriva su Netflix

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Il 12 maggio (ovvero domani) è in arrivo su Netflix la serie TV di Anna dai capelli rossi, tratta dall’omonimo romanzo di Lucy Moud Montgomery pubblicato nel 1908.

Pare che questa serie sarà composta da 8 episodi, ed aggiungerà quel qualcosa in più al romanzo che renderà la storia un tantino più moderna.

Io non ho letto il romanzo, ma il cartone animato di Anna dai capelli rossi è stato uno dei miei preferiti durante l’infanzia insieme ad HeidiCandy CandyDolce RemìPollyanna e tanti altri poveri e sfortunati bambini del periodo (sì, mi piacciono le storie allegre).
Così, quando ho saputo che sarebbe arrivata questa serie TV, ho voluto prepararmi per poter avere un termine di paragone e, non avendo modo di poter leggere il libro nell’immediato, mi sono sparata tutte e 50 le puntate del cartone animato in meno di una settimana.
Ho fatto questo perché avevo ricordi troppo vaghi della storia, considerando che guardavo Anna dai capelli rossi ai tempi dell’asilo e, forse, nei primi anni delle elementari.
Insomma avevo bisogno di una “rinfrescata”.

Riguardare quest’anime dopo vent’anni è stata un’esperienza piacevole e sorprendente, e mi sono resa conto di quanto avevo dimenticato o non compreso all’epoca.

In giro c’è l’idea diffusa che Anna dai capelli rossi sia una storia strappalacrime di una bambina triste, bruttina e depressa che non fa altro che piangere per ogni cosa. E tutto ciò, in realtà, non è del tutto falso (si sa, Anna ci mette poco ad aprire i rubinetti)… ma la verità è che dietro questo c’è molto di più.

La storia è ambientata alla fine del XIX secolo nell’Isola del Principe Edoardo, una provincia del Canada.
Qui, nella cittadina rurale di Avonlea, vivono due anziani fratelli che non si sono mai sposati, Marilla e Matthew Cuthbert, che mandano avanti Green Gables, la fattoria di famiglia.
L’età avanzata e la comparsa di problemi al cuore di Matthew spingono i due fratelli a prendere la decisione di adottare un ragazzo canadese di circa 10-11 anni che potesse aiutare nei campi, e loro, in cambio, gli avrebbero assicurato un’istruzione e un’educazione adeguata.
Ma nel giorno prestabilito, sotto la pensilina della stazione di Bright River, non c’è un ragazzo ad aspettare il signor Cuthbert, bensì una ragazzina che da sempre desidera vere una famiglia.

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Da qui ha inizio la storia di come la piccola Anna sia riuscita a scaldare il cuore della severa Marilla e di come sia riuscita a farsi ben volere da tutti i cittadini di Avonlea, grazie soprattutto al suo buon cuore, alla sua simpatia e alla sua spiccata immaginazione e capacità di inventare sempre nuovi giochi e nuove storie.

Ma dietro all’ormai spensierata vita che conduce Anna nella fattoria dei Cuthbert, vengono trattati temi ben più seri, primo fra tutti l’adozione che, stando a ciò che viene mostrato nell’anime, sembra essere una soluzione economica alla carenza di domestici e mano d’opera nei campi.
Infatti, la stessa Anna viene affidata erroneamente ai Cuthbert, che in verità avevano richiesto all’orfanotrofio di mandargli un maschio proprio perché a Matthew serviva una mano per lavorare i campi, e di certo mantenere un bambino di 10 o 11 anni è meno dispendioso che pagare il lavoro ad un adulto.
Se ai maschi spettavano i lavori di fatica, le bambine dovevano aiutare in casa e dovevano badare ai figli più piccoli della famiglia che le aveva adottate.
Insomma gli orfani dovevano guadagnarsi il pane che mangiavano.
Anche Anna ha i suoi doveri in casa Cuthbert, e viene appositamente e scrupolosamente istruita da Marilla affinché diventi una brava casalinga.
Ma pare proprio che a quel tempo non andasse troppo bene neanche ai ragazzi che vivevano con i genitori, soprattutto se si trattava di una famiglia di contadini.
Infatti si parla anche del problema dell’istruzione e di molti ragazzi che non possono frequentare le lezioni nei periodi della semina o della raccolta, quando la richiesta di lavoro nei campi è maggiore.
Più avanti Anna, superate le difficoltà iniziali, diventerà una studentessa modello e avrà alte ambizioni che poco si addicono alle donne contadine dell’epoca.
Con la crescita della protagonista, insomma, anche i discorsi e i toni maturano e si parlerà di istruzione universitaria, di diritto al voto, di religione, di politica e degli impieghi lavorativi delle donne.

Con questa “rinfrescata” mi sono resa conto di quanto sia diverso guardare questi cartoni animati da adulti, rispetto a quando li si guardava da bambini, e spero di poter riscontrare nella serie TV di Netflix un prodotto maturo, che sappia dare il giusto spazio ai temi di cui vi ho parlato poc’anzi e che sappia rendere al meglio la freschezza e la gioia di vivere di Anna.

Per me Anna dai capelli rossi è un piccolo capolavoro, e per questo ho aspettative veramente molto alte per quanto riguarda questa nuova serie TV.

Fatemi sapere se anche voi state aspettando con impazienza Anne e se avete apprezzato l’anime.

Inoltre, ho intenzione di prendere il libro a breve.
Secondo voi è un romanzo che vale la pena di leggere?

 

 

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Cosa ne penso di “Sherlock”

Si, lo so… ultimamente sono un tantino monotematica su questo blog (visto che è il terzo post di fila che scrivo su Sherlock), ma non potevo non esprimere le mie opinioni dopo aver visto tutte e quattro le stagioni della serie.

Prima di continuare a leggere voglio che sappiate che in questo post ci sono degli spoiler.
Detto questo… cominciamo.

Per me Sherlock si divide fondamentalmente in tre fasi:

  • la saga di Moriarty (stagione 1 e 2);
  • l’intermezzo (stagione 3);
  • il nuovo Sherlock (stagione 4).

LA SAGA DI MORIARTY.

Una scontro tra opposti, una lotta all’ultimo sangue tra intelligenze superiori: un consulente investigativo da un lato e un consulente del crimine dall’altro.
Due personaggi agli antipodi, due opposti le cui capacità si equivalgono, una guerra tra pari.

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Questa storia potrebbe apparire come la classica lotta tra bene e male, ma in realtà non lo è affatto, perché Sherlock non incarna di certo il bene.
Il signor Holmes è un antieroe, un uomo solitario che non ha amici, un sociopatico iperattivo, come lui stesso si autodefinisce, a cui non interessa nulla del prossimo. Sherlock non bada a sentimenti, non ha tempo né interesse per i legami, neanche per quelli familiari. Egli è totalmente dedito al suo lavoro e l’unica cosa che gli importa è dimostrare la sua superiorità intellettiva trattando gli altri come perfetti idioti.
Gli piace fare la prima donna, insomma, ed è anche annoiato dalla banalità che lo circonda e dalla prevedibilità degli esseri umani, così scontati e limitati.
Il suo lavoro è la sua droga, e come tutti i tossicodipendenti, ne ha assoluto bisogno per non andare fuori di testa, ed è solo per questo motivo che acconsente ad aiutare la polizia di Londra nelle indagini dei casi più difficili.
E’ un edonista ed un totale egoista.
Gli piace mettersi in mostra.
E’ teatrale ed irritante.
Insomma, non è il miglior modello di altruismo e di integrità morale come ogni eroe del bene che si rispetti.

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Ma c’è anche qualcun altro che è terribilmente annoiato dalla banalità quotidiana e che sente l’irrefrenabile bisogno di mostrare al mondo le proprie capacità e la propria intelligenza: James Moriarty, la più grande mente criminale che il mondo abbia mai conosciuto.
Sebbene esca allo scoperto soltanto negli ultimi minuti dell’ultimo episodio della prima stagione, Moriarty è il filo conduttore che lega tutto ciò che accade nella prima prima e tutto ciò che accadrà nella seconda stagione.
E’ sempre presente.
E’ l’ossessione di Sherlock.
Dietro ogni caso, dietro ogni serie di misteriosi omicidi, dietro tutte le difficoltà del detective, c’è sempre e solo Moriarty.
E’ il giocatore al di sopra di tutto e di tutti, che muove le pedine sulla scacchiera di Londra, e quando il gioco ha inizio, Sherlock non può che rispondere.
Il detective viene continuamente messo alla prova dal suo opposto in una continua lotta di autoaffermazione e predominio sull’altro, che lascia lo spettatore col fiato sospeso per interi episodi, fino a quando…

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E John Watson? Ex medico militare reduce dall’Afghanistan che non riesce a dire “addio” alla guerra. Viene trascinato da Sherlock e catapultato nel suo mondo diventando ben presto più che un semplice coinquilino.
Anche John ha i suoi tormenti e i suoi fantasmi.
E’ perennemente in analisi e trova pace solo quando lavora al fianco di Sherlock.
A John piace vivere sul campo di battaglia, non può farne a meno: ne è dipendente.
Inoltre John è il completamento di Sherlock: è un uomo passionale, che ama le donne, che dà importanza all’amicizia ed ha le competenze mediche che mancano al suo collega.
Insieme sono davvero un’ottima squadra.

L’INTERMEZZO

La terza stagione porta dei cambiamenti percettibili.
Si distacca dalle prime due sia per quanto riguarda lo stile narrativo, per così dire, dei singoli episodi, sia per quanto riguarda la fotografia, sia per quanto riguarda i personaggi stessi.
Io non ho ancora avuto il piacere di leggere i racconti di Doyle, quindi non so quanto ci sia dello Sherlock letterario in questa stagione, ma personalmente ho avvertito il distacco da quella dimensione letteraria in cui si sono sviluppate le precedenti stagioni.
Nelle prime due stagioni era chiaramente avvertibile il fatto che le storie fossero il frutto di un eccellente lavoro di riadattamento dei racconti di sir Arthur. Ora non più, perché avviene un distaccamento dall’idea iniziale che aveva mosso e alimentato la Saga di Moriarty, e viene elaborato uno sviluppo, incentrato soprattutto sulla personalità di Sherlock e sul suo modo di rapportarsi con gli altri.

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In questo momento, infatti, il nostro detective inizia a mostrare sincero affetto per il suo amico Watson e mostra gratitudine e riconoscenza anche alla fedele Molly Hooper, addolcendo i toni con cui si rivolge a lei.
Anche l’aspro rapporto con Mycroft sembra mitigarsi e i due finalmente iniziano a sembrare veramente fratelli.
Insomma, sembra proprio che Sherlock si stia rendendo conto che intorno a lui ci sono delle persone, e non soltanto stupide zucche vuote da sfruttare e manipolare per mettersi in mostra o per allontanare la noia quotidiana.

In questa stagione anche il personaggio di John Watson matura da un punto di vista sentimentale: smette infatti di rimbalzare da una donna all’altra e trova finalmente la sua anima gemella: una donna dalla spiccata intelligenza che entra subito in sintonia con Sherlock, rafforzando il legame tra i due amici.

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La terza stagione è incentrata fondamentalmente sul crescente sentimento di amicizia tra Sherlock e John e sull’innamoramento di John per Mary.
Passano invece in secondo piano i casi da risolvere che tanto piacciono ai due amici, al punto che, a serie finita, a mala pena ci si ricorda del cattivo di turno che succede a Moriarty: Charles Augustus Magnussen.
Magnussen è un viscido magnate dell’editoria che conosce i segreti della vita trascorsa della ormai signora Mary Watson.

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Infine anche la fotografia cambia da adesso in poi: si fa più dinamica, vengono accentuate le profondità degli spazzi e la sovrapposizione dei livelli giocando sulla messa a fuoco dei piani e si vanno a perdere un po’ l’alternanza creata dai contrasti di colore nelle scene notturne e i colori chiari e desaturati delle scene diurne.
Peccato, era un elemento caratterizzante.

IL NUOVO SHERLOCK

Anche Magnussen è stato tolto di mezzo, ma il meccanismo innescato alla fine della stagione precedente continua a girare, fino a quando si arriva a svelare il grande segreto di Mary Watson: un passato che tornerà inarrestabilmente a galla e che la porterà via per sempre da John e da Sherlock.

Il lutto, il dolore e il rimorso per la morte di Mary allontanerà i due amici portandoli alla rovina: John tornerà in analisi e Sherlock vivrà un momento difficile di dipendenza dalle droghe che gli costerà quasi la vita.

Sarà proprio il fantasma di Mary a ricongiungerli e a salvarli, e a fargli capire che per sopravvivere hanno bisogno l’uno dell’altro.

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L’evoluzione interiore di Sherlock continua: lo vediamo piangeresoffrire per l’amica scomparsa e risollevarsi per il riavvicinamento di John.
Insomma, possiamo dire che ormai il nostro caro detective sia totalmente umano, e come tale è preda dei suoi sentimenti.

Ogni uomo, si sa, ha i propri punti deboli, le proprie paure, i propri tormenti e le proprie ossessioni.
E qual è la più grande paura di Sherlock?
La sua continua ossessione?
La risposta è: Moriarty.

Sì.
Torna l’ombra oscura di Jim Moriarty direttamente dall’oltretomba con l’intento di voler distruggere tutto il mondo di Sherlock: il suo compagno d’avventure, i suoi amici, suo fratello e tutta la sua vita.
Si manifesterà attraverso la spietata mente di Euros, una donna glaciale e pericolosa che trae il suo odio dagli affetti negati di una vita.

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Sarà proprio Sherlock l’uomo che le farà scoprire il calore dell’affetto fraterno.

CONCLUSIONI

Ho adorato Sherlock.

Aspettavo da anni qualcosa che potesse superare il lavoro fatto in Breaking Bad, e finalmente l’ho trovato.

Consiglio caldamente questa serie a chiunque non l’abbia ancora vista.

La perfezione non esiste, ma Sherlock la sfiora.

Peccato per l’ultima puntata… c’era qualcosa di troppo.
O è più corretto dire che c’era QUALCUNO di troppo.

Ma che nomi sono “Sherlock” e “Mycroft”?

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Proseguo la visione di Sherlock con molto piacere e con picchi di entusiastico fomento.
Oramai sono arrivata quasi alla fine della terza stagione, ed anche se ho incontrato un paio di episodi che non hanno pienamente soddisfatto le mie aspettative, devo dire che è la miglior serie TV che io abbia mai visto, e penso che sarà difficile trovarne un’altra che possa avvicinarsi al suo spessore.
Ma il fatto che Sherlock sia un prodotto di altissima qualità è ormai opinione diffusa e non starò qui a dirvi le ragioni per cui anch’io lo consideri tale.
Voglio invece condividere con voi qualcosa che ho trovato in giro per il web quando mi sono chiesta: <<Ma che razza di nomi sono “Sherlock” e “Mycroft”?>>.
Si, insomma… sono nomi desueti, dal suono antico, che non ha usato nessun’altro “credo” oltre ad Arthur Conan Doyle, ed inseriti in un contesto contemporaneo come quello della serie TV, appaiono un tantino… strani.
Ma bando alle ciance e vediamo qual è  l’origine ed il loro significato dei nomi dei fratello Holmes.

  • SHERLOCK è oggi un cognome inglese e deriva dall’inglese antico scir, “bright” (luminoso, chiaro), e locc, “lock of hair” (ciocca di capelli). Ce ne sono altri di cognomi simili che derivano dal colore dei capelli delle persone, e sono Blacklock (capelli neri), Silverlock (capelli d’argento) e Harlock (capelli grigi). Ma può darsi anche che il nome Sherlock derivi da shear lock, che vuol dire “capelli tagliati molto corti”.
    Sir Arthur Conan Doyle inizialmente aveva chiamato il suo personaggio con il nome di Sherrinford Holmes, in onore del grande Oliver Wendell Holmes. Ma nelle tre settimane che impiegò per scrivere il suo primo racconto sul famoso detective, Uno studio in rosso, Doyle gli ha cambiato il nome in Sherlock, dopo una partita a cricket con un misterioso avversario.
  • MYCROFT è anch’esso un cognome inglese. Deriva dalla radice dell’antico
    inglese mýðe, che vuol dire “foce del torrente”, o mype, “l’azione dell’acqua”, e da croft, che significa “piccolo terreno circoscritto”. Sostanzialmente il significato del nome è “coltivato con l’acqua”. Ci sono altri nomi che provengono dalla stessa origine, come Mytton/Mitton/Myton. Il cognome Mycroft è ancora abbastanza comune nell’area rurale di Notts, del Derbyshire e del Sud Yorkshire.

Non è chiaro il perché sir Arthur Conan Doyle abbia voluto chiamare i suoi personaggi con dei cognomi piuttosto che con dei nomi.
L’ipotesi più probabile che mi viene in mente è che abbia voluto renderli unici e non confondibili con altri personaggi dai nomi diffusi e comuni.

Sherlock e Mycroft sono nomi creati da Doyle.
Forse il successo della serie ne favorirà la diffusione?

 

“Sherlock” di Steven Moffat e Mark Gatiss

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Arrivo sempre in ritardo quando si tratta di serie TV.
In genere ne vedo poche perché preferisco di gran lunga i film e tendo a lasciarmi intimidire dal numero delle puntate e delle stagioni da recuperare.
Poi, per quanto riguarda questa serie nello specifico, ero abbastanza prevenuta e decisa a non spendere il mio tempo per guardarla. La motivazione principale è che si tratta di un adattamento dello Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle ma ambientato nella Londra dei giorni nostri, e quando si tratta di reinterpretazioni e adattamenti di opere originali, che siano esse film, romanzi o composizioni musicali, sono sempre un po’ restìa e poco propensa a prestargli attenzione.
Ma devo ammettere che stavolta mi sbagliavo.

Ho iniziato a vedere Sherlock quasi per caso, forse incuriosita dal fermento che la quarta stagione ha lasciato dietro di sé ed anche perché avevo già apprezzato la recitazione di Benedict Cumberbatch in The Imitation Game, film del 2014 diretto da Morten Tyldum, o forse non c’è un reale motivo e ho iniziato a guardare la prima puntata per noia… fatto sta che è stata una scoperta fantastica.

La prima stagione è composta da tre episodi della durata di 90 minuti ciascuno.
Questi sono, a mio avviso, due fattori molto positivi perché:

  1. ogni episodio è sufficientemente lungo da permettere che il ritmo e lo sviluppo della trama siano più simili a quelli di un film vero e proprio che non a quelli di un telefilm;
  2. il fatto che la stagione sia composta soltanto da tre episodi non ne appesantisce la visione ed evita di far sembrare il tutto troppo ripetitivo.

Ma al di là di questo tipo di considerazioni, voglio dirvi quali sono state le cose che veramente mi sono piaciute e che mi hanno convinto a proseguire con la visione delle stagioni successive.

Il genio di Benedict Cumberbatch.0c2c7a033c56585e0fda263f31402097

Prima di iniziare le riprese, l’attore ha studiato il personaggio di Sherlock Holmes
leggendo tutti i romanzi di sir Arthur Conan Doyle perché voleva coglierne l’essenza.
E ci è riuscito molto bene.
La sua recitazione è qualcosa di spettacolare, a tratti quasi teatrale: postura, portamento e gestualità rendono il suo Sherlock un personaggio affascinante, carismatico e misterioso.
E pensare che la madre di Benedict riteneva che il figlio non fosse abbastanza bello per interpretare il detective più famoso di tutti i tempi, e quindi che non fosse la persona adatta.
Direi che la signora si sbagliava.

La fotografia.

Sherlock: A Study In Pink

Composizioni studiate al millimetro, contrasti di colori, perfette simmetrie ed esaltazione di profondità e di spazi arricchiscono la sceneggiatura e la trama di Sherlock.
La cura che è stata dedicata alla fotografia di questa serie è un fattore che contribuisce ad avvicinarla ancora di più ai prodotti cinematografici del grande schermo.
Ciò che subito si nota sono i colori desaturati nelle scene aperte, soprattutto in quelle che mostrano Londra e i suoi palazzi: i colori sono a tratti impercettibili, come un bianco e nero sbiadito, che danno un effetto un po’ retrò e sono di forte impatto emotivo.
Questo si scontra poi con i contrasti rafforzati nelle scene buie, negli inseguimenti lungo le vie a ridosso del Tamigi e nelle ambientazioni notturne.
E’ bello vedere Sherlock anche solo per l’accuratezza della fotografia.

La colonna sonora.

La sigla di apertura è stata composta da David Arnold e Michael Price, nomi importanti della musica da film (il primo ha lavorato a Stargate e Independence Day, il secondo come music editor nella trilogia del Signore degli Anelli).
La melodia è orecchiabile e riconoscibile, e basta sentirla una volta per ritrovarsi a canticchiare il vivace ritornello dall’atmosfera vagamente orientale.
Un motivo ironico, retrò ed elegante, proprio come Sherlock.
Il personaggio che si rispecchia nel tema della colonna sonora.
Non capita poi così spesso.

Questo è stato quello che mi ha colpito di più nei primi  tre episodi di Sherlock.
Mi aspetto grandi cose dalle stagioni successive.