“Il grande Gatsby”: Libro VS Film

61jcGg4sB7LIl mio rapporto con il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald non è nato molto bene e con il tempo devo dire che di miglioramenti ne ha visti pochi.

Provai a leggere Il grande Gatsby per la prima volta tre o quattro anni fa. Stava sulla mia libreria già da parecchio tempo, quasi dimenticato, in mezzo ad altri libri comprati e non ancora letti. Ricordo che in quel periodo stavo leggendo tutt’altro, e lo iniziai già consapevole di non volermi realmente addentrare in romanzo ambientato nella New York degli anni Venti, poiché per leggere un romanzo con un’atmosfera simile devo essere particolarmente in vena o molto ispirata dalla trama, non essendo uno dei miei periodi storici preferiti. In quell’occasione mi annoiai a morte e decisi di abbandonare il romanzo alla fine del terzo capitolo.

La settimana scorsa ho deciso di riprovarci pensando che forse, una volta superato lo scoglio dei primi tre capitoli, avrebbe potuto rivelarsi anche per me il capolavoro di cui molti parlano con entusiasmo.

Ma purtroppo la storia si ripete e torno ad annoiarmi esattamente come mi ero annoiata la prima volta. “Dai, sarà in parte colpa della traduzione”, penso. “Vai avanti e arriva fino alla fine questa volta”. E così ho fatto. Tra uno sbadiglio e l’altro sono riuscita ad arrivare a metà libro, dove finalmente la storia ha risvegliato in me dell’interesse nel punto in cui si inizia a parlare del trascorso di Jay Gatsby, ma nonostante questo arrivo all’ultima pagina senza aver riscontrato del coinvolgimento emotivo e, anzi, ad un certo punto sono stata costretta a tornare indietro perché non avevo ben capito chi fosse la vittima dell’omicidio. Stavolta non ho dato la colpa alla traduzione ma ho pensato che probabilmente non ho molto feeling con lo stile di Fitzgerald.

Ma tutto sommato, nonostante i momenti di noia, non direi che si è trattata di una brutta lettura, perché è stato interessante vedere come lo scrittore interpreta la fugacità del sogno di grandezza, e come racconta di tutti coloro ce non ce l’hanno fatta, perché Jay Gatsby altro non è che la personificazione della morte del sogno americano. Si parla quindi dell’illusione, della volontà di voler puntare sempre più in alto per tentare a tutti i costi di raggiungere qualcosa di irreale.

Questo è pressappoco quello che mi ha lasciato il romanzo.

Ma ora vorrei darvi un mio parere circa la trasposizione cinematografica del 2013 diretta da Baz Luhrmann, che ho appositamente evitato di vedere fino ad ora.

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Ho sentito varie critiche rivolte a questo film, ma posso dirvi che a me è servito per chiarire alcuni punti del libro e per capire meglio i personaggi (si, anche Gatsby).

Il film si concentra molto sul fatto che tutto quello che costruisce Gatsby, la sua immagine, il suo patrimonio, la sua casa, le innumerevoli feste, ogni cosa ha come scopo ultimo quello di tentare di riavvicinare Daisy, la ricca ragazza newyorkese di cui si era innamorato cinque anni prima e che aveva dovuto lasciare a causa della guerra. All’epoca Gatsby non aveva denaro e non aveva nulla da offrire ad una donna che si lascia conquistare solamente dallo sfarzo e dalla ricchezza, ma ora che finalmente è diventato l’uomo più ricco del Long Island, deve fare i conti con il  matrimonio della sua amata Daisy, che dura ormai da quattro anni.

Gatsby quindi è sì un sognatore, ma è anche una persona che soffre per un amore che può solo immaginare. E’ una sofferenza che non ho affatto percepito nel libro e che Leonardo Di Caprio rende veramente molto bene.

La mente di Gatsby si è fermata a cinque anni prima e da quel momento non ha fatto altro che immaginare una vita meravigliosa da trascorrere con la sua Daisy, cercando di realizzarla con tutte le due forze e con tutta l’immaginazione possibile.

Questo film è un kaleidoscopio di colori vorticanti che, uniti all’incalzante ritmo della colonna sonora, rendono alla perfezione le frenetiche vite dei giovani ricchi di New York, in perenne movimento tra feste e ubriachezza.

E’ proprio a causa di un maggiore coinvolgimento emotivo, quindi, e di una maggiore profondità dei personaggi principali che posso dire di aver apprezzato di più il film che non il libro (cosa che accade molto di rado), e penso che aggiungere la visione di questo film alla lettura del romanzo possa essere un buon modo per rendere più completa all’esperienza letteraria.

Il grande Gatsby è stato per me il primo approccio alla lettura di Francis Scott Fotzgerald e non escludo che più in là potrei leggerne dell’altro, sperando di riconciliarmi con il suo stile di scrittura, che ha reso questo romanzo a tratti ostico.

Fatemi sapere voi cosa ne pensate e se avete apprezzato di più il libro o il film.

Vi lascio qui il libro e il film in DVD.

 

 

 

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“Lion. La strada verso casa” di Garth Davis

Salve a tutti e ben ritrovati, cari lettori.
Questo blog ha toccato la soglia dei 100 iscritti e per questo vi ringrazio 🙂
100 inizia ad essere un numero considerevole e la cosa mi fa veramente molto piacere!

Ma oggi sono qui soprattutto perché voglio consigliarvi un film che ho visto qualche giorno fa e che mi ha veramente colpito come pochi altri film sono riusciti a fare.
Sto parlando di Lion. La strada verso casa di Garth Davis.

Uscito nelle sLion fronte neutro_0ale italiane lo scorso 22 dicembre, è passato del tutto inosservato ai miei occhi, ed il fatto che io lo abbia visto di recente è stato del tutto fortuito.

Dovete sapere che, per la maggior parte delle volte, il mio criterio di scelta dei film da vedere è quasi totalmente casuale.
Mi lascio spesso influenzare dalle locandine, dal titolo o da quanto e da come se ne parla sul web, e raramente vado a cercare recensioni o trailer. Questo perché preferisco di gran lunga approcciarmi al nuovo scoprendolo da zero, senza sapere bene cosa aspettarmi.

E quella di Lion è stata veramente una gran bella scoperta.

Ma di cosa parla questo film?
La trama è ispirata alla vera storia di Saroo, un bambino indiano che nel 1986, all’età di cinque anni, sale su un treno per sbaglio e si perde per e strade di Calcutta, a 1600 chilometri da casa sua. Saroo non parla la lingua del posto ed è troppo piccolo per sapere il nome della sua famiglia; e così passa dalla strada all’orfanotrofio, fino a quando non viene adottato da una coppia australiana. In Australia Saroo conduce una vita agiata ed ha la possibilità di studiare, ma il pensiero dell’India e i ricordi d’infanzia non lo abbandonano mai, fino a quando, 25 anni dopo, riesce finalmente a ritrovare la strada di casa grazie a Google Earth.

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Il film è distintamente diviso in due parti: nella prima si racconta l’infanzia del piccolo Saroo (interpretato da Sunny Pawar) che passa dalla difficile vita in una povera cittadella alla lotta per la sopravvivenza in una delle più grandi metropoli indiane.
Molto bella e curata la fotografia che mostra colori, paesaggi e scorci del lato povero dell’India.
Sono scene molto forti e dirette che ci mettono di fronte ad un realtà a cui spesso non pensiamo, e che lasciano emergere tutto lo smarrimento e la paura che può provare un bambino di cinque anni che si è perso in un mondo totalmente diverso dal suo.

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Nella seconda parte il film diventa molto meno documentaristico e cambia anche il ritmo narrativo, che si accelera per arrivare alla conclusione della storia e chiudere il cerchio del racconto.
Qui vediamo un Saroo adulto (interpretato da Dev Patel) totalmente ossessionato dai ricordi della sua prima infanzia, e che fa di tutto per ritrovare la propria casa e la propria famiglia.

Purtroppo in questa seconda parte ho avvertito come un senso di “fretta di arrivare al finale”, e credo che questo abbia influito negativamente soprattutto sul carattere psicologico del protagonista e sul suo rapporto con la famiglia adottiva.
Si, insomma… avrei preferito che il film fosse stato più lungo per dare maggiore spazio a questi aspetti, a parer mio importanti, che sono stati un po’ (troppo) trascurati.

Ma nonostante qualche piccola pecca di questo tipo, nel complesso Lion resta un gran bel 2941866-9788891507167film ed uno dei migliori che ho visto negli ultimi mesi. Ma la cosa veramente buona è che, a visione terminata, lascia lo spettatore di buon’umore.
Una storia triste a lieto fine ben raccontata e una finestra sul difficile mondo dei troppi bambini poveri che ogni anno scompaiono in India.

Ho poi scoperto che la vita di Saroo era stata già raccontata nel libro autobiografico (scritto dallo stesso Saroo Brierley) pubblicato nel 2014: La lunga strada per tornare a casa, e considerando che il film mi è piaciuto molto, credo che prima o poi leggerò anche il libro.

Voi avete visto il film o avete letto il libro?
Se sì, cosa ne pensate?
Li consigliereste?

 

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“La Bella e la Bestia” di Bill Condon

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Cari lettori, ecco le mie impressioni a caldo sul discutissimo, chiacchieratissimo, pubblicizzatissimo live-action de La Bella e la Bestia che vede Emma Watson nei panni di Belle, una delle principesse Disney più amate di sempre.

Io sono cresciuta guardando i film Disney e continuo  farlo tutt’ora, e devo dire che La Bella e la Bestia è sempre stato il mio classico preferito, quello visto e rivisto che periodicamente riguardo con affetto e nostalgia.
La cosa che maggiormente apprezzo di questo classico è la personalità di Belle, che è, a mio avviso, una delle più accurate e complesse tra tutte le protagoniste femminili dei film Disney.
Lei è intelligente, è una sognatrice, è coraggiosa, altruista, riflessiva, non si ferma alle apparenze ed è la prima protagonista femminile capace di vede la bontà d’animo, andando oltre la bellezza esteriore.

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Il lavoro che è stato fatto nel remake cinematografico è stato soprattutto quello di arricchire il personaggio della protagonista, dandole un carattere più ribelle e più forte, tant’è vero che nel film non si vede mai una Belle in lacrime, a differenza di quanto succedeva nel film d’animazione del 1991. Inoltre, nel film, la ragazza tenta la fuga fin dalla prima sera di reclusione, pensando di potersi calare dall’alto della torre in cui si trovava la sua stanza, cosa che non succede nel cartone animato.

Oltre alla personalità di Belle, ad arricchirsi è anche la storia di tutti personaggi principali di cui viene definito il ruolo e a cui viene dato un passato.
Prendiamo Gaston (Luke Evans), ad esempio, che nel cartone animato è un cacciatore arrogante, maschilista ed ignorante, nel film viene più volte sottolineato il fatto che ha da poco preso parte ad una guerra, ed è quindi un militare che sente il bisogno di dover dimostrare la sua forza e il suo eroismo anche fuori dal campo di battaglia.
Poi c’è Maurice (Kevin Kline), il padre di Belle, che da inventore, quale era nel film di animazione del 1991, diventa artista e pittore, mentre passa a sua figlia il ruolo di “inventore di famiglia”. Si accenna poi a sua moglie e si spiega brevemente, ma in modo esaustivo, il perché della sua morte prematura.
Acquista poi un passato anche la bestia (Dan Stevens): si parla della sua famiglia, della sua educazione e della sua istruzione e di come tutto ciò abbia influito sul suo carattere rendendolo egoista e scontroso.
Insomma non sono poche le cose aggiunte alla precedente trama di questo film, ma risultano tutte ben amalgamate e non appesantiscono né rallentano il ritmo della narrazione, anzi la arricchiscono portando qualcosa di nuovo alla fiaba che ogni amante della Disney conosce a menadito.

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Con l’allungamento della durata del film è aumentato anche il numero delle canzoni, e quelle riprese dal cartone animato hanno avuto una modifica del testo, senza subire stravolgimenti di significato.
Ecco… sul piano musicale non posso dire di aver avuto la stessa buona impressione che ho avuto per quanto riguarda la buona riuscita dell’evoluzione della trama.
Dico questo perché è troppo evidente il divario che c’è tra le canzoni che già appartenevano al film e quelle che sono state aggiunte successivamente: è come se appartenessero a qualcos’altro e non restano sulla stessa linea di contiguità della colonna sonora originale.
Per quanto riguarda invece lo stravolgimento dei testi originali delle canzoni, dico che questa modernizzazione è più che giustificata ed anche abbastanza ben riuscita (eccetto qualche strofa che… insomma… suona un tantino strana). Ma, tutto sommato, hanno fatto più che bene ad evidenziare la maturazione che c’è stata anche sul piano della musica; basta considerare che nel film si percepisce chiaramente lo spirito femminista di Belle ed anche una non troppo velata omosessualità di Le Tont. Insomma è stato fatto un lavoro di arricchimento delle tematiche e di attualizzazione non da poco rispetto al classico animato.

L’unico vero appunto negativo che mi sento di fare a questo film, che nel complesso mi è inaspettatamente piaciuto, è la recitazione di Emma Watson che proprio non riesce a convincermi.
Ammetto che esteticamente e fisicamente è più che adatta ad interpretare il ruolo di Belle, ma le sue espressioni proprio non convincono ed anche le sue movenze, la sua postura, il modo di camminare… appare tutto troppo artificioso, finto e per nulla spontaneo.

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Promosso a pieni voti, invece, Luke Evans, che risulta essere il più simpatico e divertente sullo schermo, con un’ottima interpretazione dell’affascinante Gaston. Bravo.

Queste sono le mie opinioni su quello che era uno dei film più attesi del 2017.

E voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

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“La La Land” di Damien Chazelle

Dallo stesso regista di Whiplash , film del 2014 interpretato da Miles Teller e J. K. Simmons e vincitore di tre Premi Oscar nel 2015 (miglior attore non protagonista a J. K. Simmons, miglior montaggio e miglior sonoro), il 26 gennaio 2017 è arrivato nelle sale italiane un altro film in cui l’argomento “musica” ha un ruolo fondamentale.

La La Land racconta un’intensa e burrascosa storia d’amore tra l’aspirante attrice Mia (Emma Stone) ed il musicista jazz Sebastian (Ryan Gosling), che si sono appena trasferiti a Los Angeles in cerca di fortuna.

Mia, tra un provino e l’altro, serve cappuccini alle star del cinema.
Sebastian sbarca il lunario suonando nei piano bar.
Dopo alcuni incontri casuali, fra Mia e Sebastian esplode una travolgente passione nutrita dalla condivisione di aspirazioni comuni, da sogni intrecciati e da una complicità fatta di incoraggiamento e sostegno reciproco.
Ma quando iniziano ad arrivare i primi successi, i due si dovranno confrontare con delle scelte che metteranno in discussione il loro rapporto.
La minaccia più grande sarà rappresentata proprio dai sogni che condividono e dalle loro ambizioni professionali.

Si oscilla continuamente tra il fascino coinvolgente delle canzoni di Justin Hurwitz (musiche) e Benj Pasek e Justin Paul (parole) e le incomprensioni o i fallimenti che incrinano le vite reali.
La La Land è il musical contemporaneo che vuole omaggiare la Hollywood degli anni ’50 e avvicinare il giovane pubblico a quel mondo meraviglioso e lontano, e ci riesce benissimo riproponendone le atmosfere allegre e sognanti, che ben si armonizzano con i personaggi principali: due romantici sognatori.

Film di inaugurazione della Mostra di Venezia, calorosamente applaudito dal pubblico, arriva nelle sale italiane dopo il trionfo ai Golden Globe vincendo tutto quello che poteva vincere e portando a casa sette premi su sette candidature: miglior film, migliori attori protagonisti, migliore sceneggiaturamiglior regia, migliore colonna sonora e migliore canzone (City of Stars), diventando così il film con il maggior numero di premi vinti in tutta la storia dei Golden Globe.
Insomma, un simile successo sicuramente pone La La Land tra i favoriti per gli Oscar 2017.

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Ma cos’è che colpisce e che piace così tanto in questo film?

La prima cosa che si nota sono i colori.
La La Land è un caleidoscopio di colori: rosso, giallo, verde, blu, viola e bianco che si sovrappongono vertiginosamente nelle coreografie.
I forti contrasti cromatici, soprattutto degli abiti degli attori con lo sfondo, caratterizzano fortemente questa pellicola, dandole quel tocco di stile che contribuisce a renderne piacevole la visione.
Questa caratteristica è strettamente collegata con l’evoluzione della trama, perché con la crescita e la maturazione dei personaggi (soprattutto di Mia), i colori degli abiti si fanno più sobri ed eleganti, quasi a voler sottolineare la graduale presa di coscienza che la vita non è sempre allegra, spensierata e felice.

Molto particolare anche è la regia: una telecamera sempre in movimento e che quasi si unisce alle coreografie, dando una fluida dinamicità alle scene e coinvolgendo maggiormente lo spettatore, che viene così posto al centro dell’azione.

Ma è la colonna sonora è la vera anima di questo film, molto più della trama che è semplice e lineare.
Motivetti orecchiabili che vanno dall’energica e allegra Another Day of Summer alla malinconica e speranzosa City of Stars, la musica di La La Land sa trasmettere la magia del musical classico fin dalla prima scena.
Molto presente è il pianoforte che spesso si lascia andare su accordi jazz unendosi alla tromba, al sax, alle percussioni e al contrabbasso, ma troviamo anche brani con l’intera orchestra da cui si affacciano gli acuti trilli di due flauti che si rincorrono, o ancora brani in cui si trova tutto questo, come in A Lovely Night.

Altro aspetto che ho molto apprezzato di La La Land è l’evoluzione a cui vanno incontro Mia e Sebastian e la loro storia, e con loro matura l’intero film: dalla trama ai dialoghi, dalla musica alla fotografia.
E’ come se il mondo dei due protagonisti maturi e cresca con loro, trasmettendo allo spettatore questo lento cambiamento graduale che diventa veramente evidente solo alla fine.

Insomma, avrete ormai capito che ho apprezzato molto la visione di questo film dalla trama semplice, ma complesso e articolato in tutto ciò che le ruota intorno.
La La Land vi resterà sicuramente impresso, perché è uno di quei film che si fa ricordare: ha dentro tutto un mondo da mostrare e da raccontare allo spettatore, ovvero il mondo di una Hollywood che oramai non c’è più.
E per questo motivo che vi consiglio caldamente di vederlo: per scoprire (o per riscoprire) la magia del musical degli anni d’oro.

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“Assassin’s Creed” di Justin Kurzel

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Ieri sera sono andata al cinema a vedere Assassin’s Creed, il film ispirato all’universo del best seller videoludico della Ubisoft.

Ho voluto vederlo perché ho delle simpatie per il videogioco, anche se lo conosco solo in parte perché la mia costanza con questo tipo di intrattenimento è quella che è: si alternano periodi di chiusa mortale che possono durare anche un mese o due a luuuuuuuunghi periodi di nulla.
Ma va bene così.

Cosa mi aspettavo da questo film?
Tante corse e salti da un tetto all’altro, tante gole tagliate, tanti salti della fede ed una buona contestualizzazione storica.

Cosa ho trovato?
Tante corse e salti da un tetto all’altro, qualche gola tagliata, un solo salto della fede, una contestualizzazione storica praticamente inesistente ed una buona dose di questioni campate in aria e non spiegate.

Ma vediamo di cosa effettivamente parla questo film.

Siamo nella Spagna del 1492 e Aguilar de Nerha viene introdotto nella Confraternita degli Assassini, un ordine segreto che per secoli si è opposto a quello dei Templari. Il compito che viene affidato ad Aguilar è quello di proteggere il Principe di Granada, figlio del Sultano.

Nel 1986, Callum Lynch fa ritorno a casa e trova sua madre morta, uccisa da suo padre, un membro dell’Ordine degli Assassini, che ordina al figlio di scappare quando arrivano gli uomini armati della Fondazione Abstergo (il moderno Ordine dei Templari) per evitargli la cattura.

Trent’anni dopo, nel 2016, Callum viene condannato a morte per omicidio, ma vienedf-02748 salvato dalla stessa Fondazione Abstergo e trasportato nella loro struttura a Madrid per diventare lo strumento che li condurrà al termine di una ricerca che va avanti da oltre cinquecento anni: trovare la Mela dell’Eden.

Questa sfera dorata fu creata da un’antica civiltà e contiene il codice genetico del libero arbitrio dell’uomo, e la Dr.ssa Sophia Rikkin, figlia del capo della fondazione, vuole utilizzare per curare ed estinguere la violenza nel mondo.

Da dove viene l’antica sfera? Come è possibile utilizzarla per curare la violenza come se fosse una malattia? E’ una sfera magica? Come si usa? … Non si sa. Il film non lo spiega.

Viene scelto proprio Callum Lynch perché è il diretto discendente di Aguilar de Nerha, ed è questo il motivo per cui viene introdotto nel progetto Animus. Cal quindi viene collegato ad una macchina che gli permette di rivivere i momenti della vita del suo antenato tramite la memoria genetica, e questo permetterà all’Abstergo di ritrovare la Mela dell’Eden nascosta da Aguilar.

Questi sono i presupposti da cui poi si sviluppa la vicenda.

Ma la cosa che mi ha disturbato è che in questo film, oltre a non essere spiegato cos’è la Mela dell’Eden, a cosa serve, come si usa, da dove viene, ecc… non si parla neanche del Credo degli Assassini.
C’è una confraternita di persone che per secoli muore combattendo contro i Templari in nome di un Credo e il film non spiega minimamente cos’è.
E’ un credo religioso? E’ un giuramento ad un potere superiore? E’ un codice comportamentale? Boh. Non si sa.

Altro aspetto negativo del film, secondo me, è la completa assenza di contestualizzazione storica. Cioè… non puoi ambientarmi una vicenda in un preciso momento storico ed in un luogo specifico (Granada del 1492) e non amalgamare minimamente la storia narrata agli eventi di quel periodo storico.

L’unica cosa chiara è che ci sono gli Assassini che combattono contro i Templari per evitare che questi ultimi entrino in possesso della Mela dell’Eden. Questa Mela consentirebbe ai Templari di piegare la volontà della gente sottomettendola al loro potere eliminando, di conseguenza, la ribellione e la libertà di pensiero e azione che contraddistingue proprio gli Assassini.

Tutto il resto è un contorno più o meno sfocato.

In sostanza però non posso lamentarmi perché, in realtà, mi aspettavo di molto peggio.
Alla fine la trama non è malaccio e il film mi ha intrattenuta senza annoiarmi, quindi la sufficienza se l’è meritata.

Buona l’interpretazione di Michael Fassbender.

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“A Christmas Carol” di Robert Zemeckis

 

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Bellissimo film del 2009 firmato Walt Disney e diretto da Robert Zemeckis (regista di celebri pellicole tra cui Ritorno al futuroChi ha incastrato Roger RabbitForrest GumpCast Away Polar Express), realizzato con la tecnica della motion capture.

Non adatto ad un pubblico troppo giovane, si distacca dal filone Disney dei classici che hanno accompagnato l’infanzia di intere generazioni. Toni cupi, ombre oscure, apparizioni di fantasmi e scene al limite dell’horror, arricchite da una trama densa di momenti colmi di malinconica tristezza e da un linguaggio tipicamente ottocentesco, rendono questa pellicola una perla dell’animazione disneyana.

Zemeckis afferma che Canto di Natale di Charles Dickens è una delle sue storie preferite, ed infatti il suo è un adattamento che si sviluppa nel pieno rispetto del testo originale, conservandone le atmosfere e i ritmi narrativi. Tangibile è anche la fedele ricostruzione della Londra dell’epoca, che ci viene presentata avvolta nella bellissima colonna sonora composta da Alan Silvestri, in cui emergono i più famosi temi natalizi appartenenti alla tradizione.

Rivedere questo film a distanza di sei anni mi ha riportato le stesse sensazioni che ricordavo di aver avvertito la prima volta che lo vidi: la malinconia nei ricordi degli anni passati, l’amarezza del presente e la sensazione di ansia, paura e freddo abbandono che attendono il futuro del signor Scrooge.

Una pellicola che sa comunicare e che sa arrivare allo spettatore in modo diretto e senza filtri, che sa trasportare in un travolgente viaggio attraverso la parte più cupa dello spirito umano.

E’ così che dall’unione della penna di Dickens e della fervida immaginazione di Zemeckis, nasce questo film: una riflessione sul significato del Natale ma anche sul senso della vita dell’uomo su questa terra; un messaggio di amore, fratellanza, altruismo e rispetto verso gli altri; un sentimento di pace che allieta il cuore; una bella favola da guardare in compagnia la notte di Natale.

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“Café Society” di Woody Allen

 

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Ieri ho avuto occasione di vedere al cinema il 46esimo lungometraggio di Woody Allen.
Che dire? Dopo Midnight in Paris (film del 2011) trovo molto difficile dire di aver apprezzato un suo film. E’ che non posso fare a meno di paragonare ogni suo nuovo lavoro a quelli del vecchio Woody Allen, a capolavori come Manhattan (1979), Io e Annie (1977), Mariti e mogli (1992), Ombre e nebbia (1991)…ed ogni volta finisce che esco dalla sala delusa e arrabbiata, esattamente come ieri sera.

Ma arriviamoci per gradi.

New York, anni Trenta. Bobby Dorfman lascia la bottega del padre e la East Coast per la California, dove lo zio gestisce un’agenzia artistica e i capricci dei divi hollywoodiani. Seccato dall’irruzione del nipote e convinto della sua inettitudine, dopo averlo a lungo rinviato, lo riceve e lo assume come fattorino. Bobby, perduto a Beverly Hills e con la testa a New York, la ritrova davanti al sorriso di Vonnie, segretaria (e amante) dello zio. Per lui è subito amore, per lei no, ma il tempo e il destino danno ragione al sentimento di Bobby che le propone di sposarlo e di traslocare con lui a New York. Ma il vento fa (di nuovo) il suo giro e Vonnie decide altrimenti. Rientrato nella sola città in cui riesce a pensarsi, Bobby dirige con charme il “Café Society”, night club sofisticato che diventa il punto di incontro del mondo che conta. Sposato, padre e uomo di successo, anni dopo riceve a sorpresa la visita di Vonnie. Con lo champagne, Bobby (ri)apre il cuore e si (ri)apre al dolce delirio dell’amore.

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Questa è la trama del film che riporta in scena i temi che sono da sempre i più cari a Woody Allen e che fanno parte della sua vita: il cinema, le donne e gli amori mancati.

Ho molto apprezzato i colori, la fotografia di Vittorio Storaro e la colonna sonora di questa pellicola, che rendono perfettamente l’idea di un’atmosfera romantica in un mondo leggero, frivolo e spensierato, in cui anche i drammi come il divorzio, l’omicidio e la pena capitale sembrano scivolare via totalmente assorbiti in questa nube di estrema leggerezza e semplicità, senza lasciare traccia nei personaggi, senza arrecare loro dolore e sofferenza.
Complice di questa leggerezza è la voce narrante che presenta personaggi e situazioni con un linguaggio semplice ed un tono pacatamente allegro, che nella versione originale appartiene allo stesso Woody Allen e che nella versione italiana appartiene a Leo Gullotta.

Insomma un film che mette di buon’umore.

Sicuramente uno dei migliori se guardiamo agli ultimi 5 anni, ma…

…non riesco a consigliare la visione di questo film, e vi spiego il perché.

  1. Il personaggio di Bobby è troppo artificioso. Durante tutto il film non ho potuto fare a meno di pensare “Sto guardando un Woody Allen 80enne nei panni di un 30enne”. Il pensiero, i modi di fare, i dialoghi e persino la postura e l’andamento erano quelli di un uomo di età avanzata, e tutto questo proprio non ci sta in un corpo così giovane.
  2. La recitazione scadente. Non mi è piaciuta per nulla l’interpretazione di Kristen Stewart che ho trovato troppo ingessata e del tutto inespressiva. Ho trovato migliore quella di Jesse Eisenberg, ma era come se mancasse un qualcosa anche lì…per farla breve, i due attori principali non mi hanno comunicato molto.
  3. La seconda parte del film. La trama si accelera e molte cose succedono troppo in fretta, come la condanna a morte del fratello di Bobby, il suo matrimonio, la crescita personale che ha inizio dal momento in cui inizia a lavorare al night club…ho avuto la sensazione che la trama perdesse il ritmo al quale mi ero abituata nel primo tempo e che molte cose venissero un po’ buttate lì, quasi senza motivo.
  4. Il finale. Il riavvicinamento tra Bobby e Vonnie avviene per caso e non si riesce ad avvertire la sorpresa che un tale incontro dovrebbe suscitare a distanza di anni. I due riprendono a frequentarsi di nascosto e si riallontanano così come si erano riavvicinati, ma da tutto questo non traspare alcuna emozione: non ho avvertito nessun senso di colpa di Bobby nei confronti della moglie quando le porta il mazzo di rose quasi a volersi scusare di stare frequentando la sua ex a sua insaputa, nessuna emozione da parte di Vonnie sia quando gli chiede di vedersi ancora, sia quando decidono poi di non rivedersi più.

In conclusione vi dico che è un film piacevole, carino…ma a me ha comunicato ben poco, e per questo ne sono rimasta delusa.
Ho visto in questa pellicola solo una pallida imitazione del Woody Allen dei tempi d’oro, un Woody Allen che ha perso l’essenza vitale, che si è esaurito, e del quale rimane solo la corteccia esteriore.

Spero vivamente che possa tornare alla grandezza di un tempo.