“Canone inverso” di Paolo Maurensig: una lettura critica.

2861796_2414297Canone inverso è un romanzo strettamente legato alla musica e presenta frequenti rimandi ad essa: dall’ambientazione, ai temi trattati, fino alla struttura che Paolo Maurensig sceglie di utilizzare. Lo scrittore, infatti, è un appassionato musicofilo, un violoncellista dilettante e un estimatore dello stile compositivo del primo Settecento.
Quando si inizia la lettura di Canone inverso ci si ritrova, già dalle prime pagine, immersi nell’atmosfera della capitale europea della musica. Siamo infatti a Vienna nel 1985, anno del trecentesimo anniversario della nascita di Bach, e in ogni angolo della città ci sono artisti che suonano le opere del compositore tedesco.
L’atmosfera che crea Maurensig è pregna di nostalgia per la musica barocca, e si percepisce la volontà di far rivivere quell’arte tramite le pagine del suo romanzo.
Canone inverso è un’opera che celebra la musica in ogni suo aspetto, ma è anche, e soprattutto, un omaggio al genio compositivo di Bach e alla forma che egli ha portato al suo livello massimo di splendore: la fuga.
L’obiettivo di questa analisi è quello mostrare come Maurensig abbia potuto scrivere Canone inverso ispirandosi alla struttura compositiva della fuga e, per far questo, analizzerò le caratteristiche comuni sia al romanzo che alla composizione barocca.
Quando ascoltiamo una fuga, il primo elemento che compare è il soggetto, o tema principale, che viene impostato saldamente in un determinato tono perché, alla fine, la tonalità iniziale corrisponderà alla tonalità di chiusura. Il punto di inizio, quindi, coincide sempre con il punto di arrivo.
Allo stesso modo Maurensig inizia la sua narrazione con il racconto di un personaggio sconosciuto, in un luogo e in un tempo specifico, per poi ritornarvi alla fine del romanzo, quando finalmente svela al lettore l’identità di quel personaggio. Si ha così la sensazione di un cerchio che si chiude esattamente nel punto in cui era iniziato il racconto: ogni tassello del puzzle torna al suo posto e tutto diventa chiaro.
Quindi, sia la fuga che Canone inverso si concludono entrambi con il ritorno al punto di partenza e con il riconoscimento della situazione iniziale.
Come spesso accade per la fuga, poi, anche questo romanzo presenta un doppio soggetto. Canone inverso è infatti la storia di un violinista, chiamato Jenö Varga, ma è anche la storia del suo violino, e questi due elementi sono legati indissolubilmente in quanto lo strumento diventa il depositario dell’anima del suo proprietario. Jenö, infatti, non può fare a meno di suonare il suo violino per salvarsi dalla banalità e dalla noia della vita quotidiana o anche solo per sentirsi vivo, ma sarà proprio questo suo attaccamento morboso alla musica che lo porterà ad isolarsi dal mondo, conducendolo fin quasi ad un totale annullamento della propria identità.
Andando avanti con l’ascolto incontriamo il controsoggetto, ovvero il contrappunto al soggetto, cioè un tema musicale che accompagna il soggetto e che con esso ha rapporti di rovesciabilità, come se fosse il suo opposto e allo stesso tempo il suo doppio.
In Canone inverso, Jenö, che è il soggetto del romanzo, trova il suo contrappunto in Kuno Blau, e lo scrittore sfrutta l’idea del controsoggetto per inserire nella narrazione la tematica letteraria del doppio, che è tipica dei romanzi in stile barocco. Infatti, una volta giunti alle ultime pagine, si scopre che Jenö e Kuno sono la stessa persona.
In una lettera che si trova proprio alla fine del romanzo si legge la seguente descrizione di Kuno:

Soggetto tipicamente schizoide con delirio di onnipotenza (frequenti i suoi accenni all’immortalità), nel corso del tempo iniziò manifestare segni sempre più frequenti di sdoppiamento, fino a raggiungere uno stato pressoché costante di personalità alternata, scissa in due parti ben definite: la prima remissiva, caratterizzata da astenia, difficoltà di deambulazione, afasia e perdita della memoria. La seconda dominante, pletorica, logorroica, con spiccate attitudini musicali, che si presentava sotto il nome di Jenö. […] Negli ultimi mesi questo secondo stato ha finito per prendere il sopravvento, sovrastando fino ad annullare del tutto il primo, in un irreversibile delirio che è durato fino alla morte avvenuta, per arresto cardiaco, il 18 dicembre 1985.

Le personalità di Jenö e di Kuno sono totalmente opposte benché molto simili, e i due musicisti non fanno che tentare di dimostrare ognuno la propria superiorità all’altro in un continuo imitarsi, come in uno scontro tra pari, proprio come fanno le voci di un canone.
Ed eccoci arrivati finalmente al perché Maurensig ha deciso di intitolare così il suo libro. Infatti va detto che il canone, oltre ad essere una forma compositiva a sé stante, può essere anche una sezione contrappuntistica a carattere imitativo che si trova all’interno di un brano più ampio, che spesso è proprio la fuga. Nel canone, accade che una voce esegue una melodia, e viene fatta seguire, dopo un intervallo temporale, da un’altra voce che imita il disegno melodico proposto dalla prima. Accanto a questa forma, detta canone diretto, si ha anche il canone inverso, dove la voce che risponde alla prima propone gli intervalli di quest’ultima per moto contrario.
Tutto questo è perfettamente riscontrabile in Canone inverso, poiché è proprio la parte centrale del romanzo, quella in cui si sviluppa la narrazione, che porta avanti il continuo scontro tra Jenö e Kuno: due voci opposte che si rincorrono continuamente tentando di superarsi l’un l’altra senza mai riuscirci, a volte imitandosi e avvicinandosi, altre volte scontrandosi e allontanandosi.
È quindi solo alla fine che il lettore capisce il significato del titolo e il senso del romanzo, e capisce che lo scrittore ha voluto fin dall’inizio suggerirgli la giusta chiave di lettura della sua opera, fornendogli uno spunto di riflessione che potesse condurlo ad una giusta interpretazione.

 

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Le donne e la famiglia di Svevo.

Il 24 marzo scorso mi sono laureata in lettere moderne con una tesi in letteratura di viaggio intitolata Corto viaggio sentimentale: il viaggio come ricerca e autoesplorazione.
La mia tesi è un’approfondita analisi della famosa novella incompiuta di Italo Svevo Corto viaggio sentimentale e, più italo-svevonello specifico, è una ricerca del significato e del senso che il viaggio, fisico e interiore, può avere per il tipico personaggio sveviano. 
Ma al di là di ciò, vorrei dedicare questo post ai ruoli femminili e alla famiglia borghese così come la intende Svevo. Un argomento troppo poco trattato a mio avviso, che mi ha incuriosito a tal punto da dedicargli un intero capitolo del mio lavoro. Vi lascio le conclusioni delle mie ricerche e osservazioni.

Le figure femminili sono spesso presenti nei romanzi e nelle novelle di Italo Svevo, ed esse hanno parte attiva e determinante ai fini della narrazione e del corso degli eventi.

Soprattutto nei tre romanzi che questo geniale scrittore ci ha lasciato, ovvero Una vitaSenilità La coscienza di Zeno, possiamo ben vedere come esistano due tipi di donne ben distinti e per molti versi opposti, seppur entrambi fondamentali: la moglie e l’amante.

Alla figura della moglie viene riservato l’importante ruolo di aiutare, sostenere e guidare il marito, ovvero l’inetto sveviano che noi tutti conosciamo, nelle scelte della vita e nelle decisioni che da solo non riuscirebbe mai a prendere. E’ quindi la moglie il principale motore che sostiene e alimenta il progredire del protagonista lungo

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Italo Svevo con la moglie Livia Veneziani.

tutta la vicenda. Ella è per suo marito sinonimo di stabilità, sicurezza, autocontrollo, famiglia, ma è allo stesso tempo sottomissione, noia, monotonia, senilità e ruggine. La moglie è la personificazione del perbenismo borghese, è quindi la migliore delle
mogli possibili, quella che si prende amorevolmente cura del marito e che gli indica la giusta via da percorrere, senza pretendere troppo in cambio da lui, spesso neanche l’amore.

Il matrimonio per Svevo è il primo vero passo verso l’inevitabile condizione di rigidità, di nausea e di paralisi. Infatti, proprio nel momento in cui l’individuo si sposa e crea una famiglia, geli diventa un ingranaggio dell’enorme macchina sociale che lo spersonificherà sempre di più allontanandolo dalla sua individualità, per costringerlo in ruoli che per indole non gli appartengono, condannandolo ad una vita di menzogna e finzione.

Che cosa sono io quest’oggi? Un padre, un nonno, uno zio. Mi designano per le mie relazioni con altre persone che sono attualmente i veri protagonisti in casa mia. E’ grande la mia virtù adesso. Vivo per gli altri. Finalmente. E’ stato il desiderio della mia vita. Ci sono arrivato, definitivamente. Posso dirmi veramente contento. Sono incline molto allo sbadiglio. Ma forse è questione che di sera si sbadiglia molto e la mia età è una sera prolungata.

Immagine mostra. La coscenza di Svevo
Italo Svevo con la moglie Livia Veneziani e la figlia Letizia.

In Corto viaggio sentimentale e nelle altre prose della maturità, uno dei temi principali è la polemica contro il nucleo familiare borghese, strettamente collegata alla polemica cittadina. Si tratta infatti di due tempi della stessa tematica che ha inizio con Una vita e che poi si svilupperà fino alla maturità dello scrittore.
La paralisi a cui induce il mondo domestico borghese altro non è che la proiezione di un sintomo di malessere che deriva dalla moderna società borghese, e tale sintomo di malessere viene qui impersonato dalla figura della moglie, che diventa in questo modo l’emblema della società stessa e di questa condizione di disagio e di impossibilità di adattamento.
Tale disagio provoca nei personaggi sveviani un vero e proprio sdoppiamento di personalità in due caratteri opposti: la personalità pubblica, ovvero la maschera da mostrare agli altri, e la personalità privata e nascosta, ovvero la reale essenza dell’io che non può manifestarsi nel quotidiano, ma solo in situazioni estranee ad esso, come il viaggio e il sogno.

L’unico modo per sfuggire a questa monotonia e sentirsi ancora vivi è infrangere i dogmi della moralità borghese, cedere alle proprie passioni, seguire l’istinto, innamorarsi veramente.
E’ qui che subentra la donna amante, che è l’esatto opposto della moglie. Questa  donna è per Svevo la passione, il peccato, il rischio, l’instabilità, la precarietà, il desiderio, la felicità e la libertà, seppur momentanea, dalle catene della società e dalla ruggine della famiglia.
L’amante salva l’uomo sveviano dalla sua nevrosi e dal suo malessere, lo libera dal suo stato di senilità e risveglia in lui la passione e il desiderio.

I protagonisti degli scritti di Svevo sono degli uomini disperati e annullati, costretti a dover recitare ruoli che non gli appartengono e sono totalmente consapevoli di questa loro meschina situazione, ma nonostante tutto sanno di essere più fortunati di altri perché riescono ancora a mantenere vive le loro emozioni, e sanno di possedere ancora la propria individualità nonostante debbano continuamente tenerla nascosta al mondo.

La passione che arde per una giovane donna e il desiderio di una vita non più prigioniera delle barriere sociali, ma libera, è il legame che accomuna tutti i protagonisti della letteratura sveviana: è la loro autenticità addormentata ma allo stesso tempo ben presente, che li costringe ai margini di una società senza la quale non potrebbero esistere.