“Il grande Gatsby”: Libro VS Film

61jcGg4sB7LIl mio rapporto con il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald non è nato molto bene e con il tempo devo dire che di miglioramenti ne ha visti pochi.

Provai a leggere Il grande Gatsby per la prima volta tre o quattro anni fa. Stava sulla mia libreria già da parecchio tempo, quasi dimenticato, in mezzo ad altri libri comprati e non ancora letti. Ricordo che in quel periodo stavo leggendo tutt’altro, e lo iniziai già consapevole di non volermi realmente addentrare in romanzo ambientato nella New York degli anni Venti, poiché per leggere un romanzo con un’atmosfera simile devo essere particolarmente in vena o molto ispirata dalla trama, non essendo uno dei miei periodi storici preferiti. In quell’occasione mi annoiai a morte e decisi di abbandonare il romanzo alla fine del terzo capitolo.

La settimana scorsa ho deciso di riprovarci pensando che forse, una volta superato lo scoglio dei primi tre capitoli, avrebbe potuto rivelarsi anche per me il capolavoro di cui molti parlano con entusiasmo.

Ma purtroppo la storia si ripete e torno ad annoiarmi esattamente come mi ero annoiata la prima volta. “Dai, sarà in parte colpa della traduzione”, penso. “Vai avanti e arriva fino alla fine questa volta”. E così ho fatto. Tra uno sbadiglio e l’altro sono riuscita ad arrivare a metà libro, dove finalmente la storia ha risvegliato in me dell’interesse nel punto in cui si inizia a parlare del trascorso di Jay Gatsby, ma nonostante questo arrivo all’ultima pagina senza aver riscontrato del coinvolgimento emotivo e, anzi, ad un certo punto sono stata costretta a tornare indietro perché non avevo ben capito chi fosse la vittima dell’omicidio. Stavolta non ho dato la colpa alla traduzione ma ho pensato che probabilmente non ho molto feeling con lo stile di Fitzgerald.

Ma tutto sommato, nonostante i momenti di noia, non direi che si è trattata di una brutta lettura, perché è stato interessante vedere come lo scrittore interpreta la fugacità del sogno di grandezza, e come racconta di tutti coloro ce non ce l’hanno fatta, perché Jay Gatsby altro non è che la personificazione della morte del sogno americano. Si parla quindi dell’illusione, della volontà di voler puntare sempre più in alto per tentare a tutti i costi di raggiungere qualcosa di irreale.

Questo è pressappoco quello che mi ha lasciato il romanzo.

Ma ora vorrei darvi un mio parere circa la trasposizione cinematografica del 2013 diretta da Baz Luhrmann, che ho appositamente evitato di vedere fino ad ora.

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Ho sentito varie critiche rivolte a questo film, ma posso dirvi che a me è servito per chiarire alcuni punti del libro e per capire meglio i personaggi (si, anche Gatsby).

Il film si concentra molto sul fatto che tutto quello che costruisce Gatsby, la sua immagine, il suo patrimonio, la sua casa, le innumerevoli feste, ogni cosa ha come scopo ultimo quello di tentare di riavvicinare Daisy, la ricca ragazza newyorkese di cui si era innamorato cinque anni prima e che aveva dovuto lasciare a causa della guerra. All’epoca Gatsby non aveva denaro e non aveva nulla da offrire ad una donna che si lascia conquistare solamente dallo sfarzo e dalla ricchezza, ma ora che finalmente è diventato l’uomo più ricco del Long Island, deve fare i conti con il  matrimonio della sua amata Daisy, che dura ormai da quattro anni.

Gatsby quindi è sì un sognatore, ma è anche una persona che soffre per un amore che può solo immaginare. E’ una sofferenza che non ho affatto percepito nel libro e che Leonardo Di Caprio rende veramente molto bene.

La mente di Gatsby si è fermata a cinque anni prima e da quel momento non ha fatto altro che immaginare una vita meravigliosa da trascorrere con la sua Daisy, cercando di realizzarla con tutte le due forze e con tutta l’immaginazione possibile.

Questo film è un kaleidoscopio di colori vorticanti che, uniti all’incalzante ritmo della colonna sonora, rendono alla perfezione le frenetiche vite dei giovani ricchi di New York, in perenne movimento tra feste e ubriachezza.

E’ proprio a causa di un maggiore coinvolgimento emotivo, quindi, e di una maggiore profondità dei personaggi principali che posso dire di aver apprezzato di più il film che non il libro (cosa che accade molto di rado), e penso che aggiungere la visione di questo film alla lettura del romanzo possa essere un buon modo per rendere più completa all’esperienza letteraria.

Il grande Gatsby è stato per me il primo approccio alla lettura di Francis Scott Fotzgerald e non escludo che più in là potrei leggerne dell’altro, sperando di riconciliarmi con il suo stile di scrittura, che ha reso questo romanzo a tratti ostico.

Fatemi sapere voi cosa ne pensate e se avete apprezzato di più il libro o il film.

Vi lascio qui il libro e il film in DVD.

 

 

 

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“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Salve a tutti, cari lettori.
Oggi voglio parlarvi de Le otto montagne di Paolo Cognetti: uno di quei libri che ti 51CtvKYXUxL._SX313_BO1,204,203,200_lasciano dentro tutto un vortice di sensazioni e immagini che difficilmente si dimenticano.

Io ho preso questo questo libro in prestito dalla biblioteca della mia città, incuriosita in parte dalla copertina (eh, si… devo ammetterlo) ed in parte da come e da quanto se ne parla, soprattutto su internet.

Ho sentito di molta gente consigliarlo ed altra parlarne bene e, vendendolo casualmente in biblioteca, ho deciso di approfittarne per prendermi qualche giorno di pausa da I fratelli Karamazov, intraprendendo la (breve) lettura di un autore a me del tutto sconosciuto.

Il romanzo è diviso in tre parti introdotte da un prologo, che introduce il lettore in una situazione famigliare che farà poi da sfondo all’intera vicenda, evolvendosi.

Quella di Paolo Cognetti è una scrittura molto scarna, diretta, rapida, ma che non tralascia mai nulla: tutto sembra essere perfettamente studiato per trasmettere al lettore solo le informazioni essenziali ed importanti ai fini della narrazione.

In ogni pagina la montagna è sempre presente, ed essa ci viene presentata sotto tutti i suoi aspetti e con tutti i suoi paesaggi: c’è la montagna dei boschi e dei ruscelli, quella dei laghi e dei pascoli e, infine, c’è la montagna delle vette innevate coi suoi enormi ghiacciai, ed ogni personaggio del romanzo di Cognetti appartiene ad uno di questi scenari montuosi ed in esso si rispecchia anche caratterialmente.

Penso che Le otto montagne si possa definire a tutti gli effetti un romanzo di formazione, in cui il legame con la montagna è così talmente profondo e radicato negli animi dei personaggi, che essa diventa un vero e proprio modo di intendere la vita, facendo di questo lavoro un romanzo esistenzialista che scava nell’animo del protagonista, tra ricordi e affetti.

Una piacevole sorpresa, quindi, che non posso fare a meno di consigliarvi.

Una veloce ed intensa lettura che vi catapulterà a tremila metri d’altezza, dove l’unico rumore che resta è quello dei ricordi.

 

Come sempre vi lascio il link per acquistare questa meraviglia su Amazon.
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“La porta di Tolomeo” di Jonathan Stroud

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima volta in cui vi ho parlato di una lettura appena conclusa, ma ultimamente mi sono ritrovata a leggere troppi libri insieme e, per questa ragione, mi sono rallentata molto sia nella lettura stessa che nella pubblicazione di recensioni.
Insomma, la situazione mi è *leggermente* sfuggita di mano… ma sto piano piano riprendendo il controllo sui libri.
Ce la posso fare.

Oggi voglio parlarvi del terzo ed ultimo capitolo della bellissima Trilogia di 81kZPUEv0WL._SL1500_BartimeusLa porta di Tolomeo di Jonathan Stroud.

Pubblicato in Italia nel 2006 dalla casa editrice Salani EditoreLa porta di Tolomeo chiude brillantemente questa meravigliosa saga per ragazzi.

Ancora una volta ritroviamo il jinn Bartimeus, il mago Nathaniel (o meglio, John Mandrake) che ormai ricopre il ruolo di ministro dell’informazione, all’apice della sua carriera, e la comune e rivoluzionaria Kitty Jones in una coinvolgente avventura che vedrà le loro strade incrociarsi per un’ultima volta.

Sono trascorsi circa tre anni dai fatti narrati nel precedente volume L’occhio del Golem, e il nostro giovane Nathaniel è ormai un potente mago che gode di una posizione elitaria all’interno del governo. Il suo carattere si è inasprito ancora di più dall’ultima volta che lo abbiamo visto: è snob, egoista, corrotto ed esteticamente impeccabile.
Durante tutto questo tempo ha sempre tenuto il povero Bartimeus in schiavitù, costringendolo a svolgere anche i lavori più umili e concedendogli solo brevi periodi di congedo. Ma la lontananza troppo prolungata dall’Altro Luogo ha provocato un profondo logorìo dell’essenza del povero jinn, rendendolo sempre più debole al punto da rendergli difficile persino la sola sopravvivenza nel mondo degli umani.
Tutto questo accade perché Nathaniel non può correre il rischio che un suo nemico politico convochi Bartimeus e possa così venire a conoscenza del suo nome di nascita: qualora ciò dovesse accadere, potrebbe essere per lui la rovina.

Rispetto al precedente episodio, oltre alla forza di Bartimeus, è precipitata anche la stabilità politica dell’impero e la classe dirigente dei maghi deve contrastare il malcontento del popolo dei comuni (i non maghi) che si vedono coinvolti in una guerra che non gli appartiene.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la scarsa collaborazione tra i politici che risiedono ai vertici della società: si respira una densa aria di rivalità tra i maghi più potenti poiché ognuno mira a prevalere sull’altro in un’atmosfera colma di attriti, dissapori e rancori.

Ritroviamo anche Kitty Jones, che dopo aver salvato Nathaniel dall’attacco del Golem, e dopo lo sfaldamento della Resistenza, vive sotto falso nome, ma non dimentica il suo sogno di voler porre fine alle sofferenze che i comuni devono subire per mano dei maghi crudeli e sfruttatori.

Tutto il libro si basa sul rapporto di fiducia tra umani (maghi e non) e demoni, che spesso vacilla, ma che è fondamentale per riportare la pace e per porre fine all’imminente distruzione dell’impero.
Si cerca quindi di costruire un forte legame che tende ad eliminare i ruoli di schiavo e padrone, e che mira ad una collaborazione fondata sul rispetto.
Si tratta di un legame profondo, che Bartiemus  ha potuto conoscere soltanto con Tolomeo, un mago che visse ad Alessandria d’Egitto e che fu per lui molto più che un padrone, e che il jinn ricorda da oltre duemila anni con immutato affetto e stima.

La porta di Tolomeo è un perfetto capitolo di chiusura di un’originalissima e coinvolgente trilogia.
In questo terzo libro vengono chiariti tutti i dubbi che erano rimasti aperti nei precedenti episodi e tutti gli elementi vengono ricongiunti.
Si ritrovano anche tutti gli oggetti magici incontrati in precedenza, come l’amuleto di Samarcanda, il bastone di Gladstone e gli stivali delle Sette Leghe, ed ognuno di essi ha una funzione importantissima all’interno degli eventi narrati.
Anche i rapporti tra i personaggi principali maturano, ed arrivano a colmare abissi e ad esprimere affetti e sentimenti che fin quasi alla fine non vengono espressi mai appieno.

Vi consiglio vivamente di leggere questa trilogia, sia che siate amanti del fantasy e sia che non lo siate.
Questa saga, infatti, saprà conquistarvi in ogni caso proprio perché si tratta di una storia del tutto originale e diversa da qualsiasi altro romanzo del genere.

Fatemi sapere se l’avete letta anche voi e se leggerete altro di questo autore.

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L’amuleto di Samarcanda http://amzn.to/2nFtKCN

L’occhio del Golem http://amzn.to/2nYojSa

La porta di Tolomeo http://amzn.to/2nFFhSG

“Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle

Ho iniziato la lettura di questo libro cavalcando l’onda di entusiasmo scatenata dalla visione della serie TV di Sherlock.9788807901652_quarta
Avevo in realtà intenzione di addentrarmi tra gli scritti di Doyle da qualche tempo già, ma visto che in questo periodo sono “in argomento”, ho pensato di andare subito all’origine del prodotto della BBC e vedere quanto ci fosse del vero Sherlock Holmes nella magnifica interpretazione di Benedict Cumberbatch.

Uno studio in rosso è il primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle sulle avventure del celebre detective Sherlock Holmes, e venne pubblicato nel 1887.

Questo romanzo è diviso in due parti: nella prima viene raccontato lo svolgersi delle indagini da parte di Gregson, di Lestrade e di Holmes che proseguono indipendentemente l’una dall’altra fino alla risoluzione dell’enigma da parte dell’ultimo (ovviamente); mentre nella seconda parte viene narrata la storia dei due uomini assassinati, appartenenti alla comunità dei mormoni poligami di Salt Lake City, nello Utah, e del loro carnefice, che occupa molto spazio all’interno del libro.
E’ quindi un racconto nel racconto in quanto l’azione che si svolge a Londra può essere vista come una cornice della storia che ha origine nel selvaggio West.

L’intera narrazione rientra nelle memorie del dottor Watson, che hanno soprattutto la funzione di esaltare e rendere pubblici i meriti di Holmes, perennemente messi in ombra dalle figure di Lestrade e Gregson, i due investigatori di Scotland Yard a cui va il merito per i casi risolti dal “dilettante” Sherlock Holmes.

Il primo a comparire in questo romanzo è ovviamente il dottor John H. Watson che scrive le sue memorie.
Laureatosi in medicina alla London University nel 1878, John Watson diventa un chirurgo militare dell’esercito coloniale britannico e, nel 1880, partecipa alla seconda guerra anglo-afgana, restando ferito alla spalla nella battaglia di Maiwand.

Congedato, ritorna a Londra e decide di trovare casa: i prezzi elevati degli affitti lo inducono a cercare un coinquilino. Così, tramite un ex compagno di studi, conosce Sherlock Holmes, con il quale divide un appartamento al 221B di Baker Street.

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Il dottor Watson è inizialmente molto incuriosito dal suo nuovo coinquilino dalle strane abitudini. Infatti il signor Holmes è uno che lascia in giro sostanze chimiche per i suoi esperimenti, che a volte si sente depresso e allora non parla per giorni interi, che spesso ha bisogno della compagnia del suo violino per pensare e concentrarsi, e che è solito utilizzare il salotto dell’appartamento per ricevere i suoi clienti.

Watson cerca per diversi giorni di indovinare quale sia l’occupazione del signor Holmes, ma non osa chiederglielo direttamente per non sembrare scortese ed invadente, quindi prova a dedurlo dalle informazioni che ha ricavato dalle conversazioni che ha avuto con lui. E cerca di farlo compilando una lista delle sue conoscenze:

SHERLOCK HOLMES – I SUOI LIMITI

  1. Conoscenza della letteratura – Zero.
  2. Conoscenza della filosofia – Zero.
  3. Conoscenza dell’astronomia – Zero.
  4. Conoscenza della politica – Scarsa.
  5. Conoscenza della botanica – Variabile. Sa molte cose sulla belladonna, l’oppio, e i veleni in genere. Non sa niente di giardinaggio.
  6. Conoscenza della geologia – Pratica, ma limitata. Distingue a colpo d’occhio un tipo di terreno da un altro. Rientrando da qualche passeggiata mi ha mostrato delle macchie di fango sui pantaloni e, in base al colore e alla consistenza, mi ha detto in quale parte di Londra se l’era fatte.
  7. Conoscenza della chimica – Profonda.
  8. Conoscenza dell’anatomia – Accurata, ma non sistematica.
  9. Conoscenza della letteratura scandalistica – Immensa. Sembra conoscere ogni particolare di tutti i misfatti più orrendi perpetrati in questo secolo.
  10. Buon violinista.
  11. Esperto schermidore col bastone, pugile, spadaccino.
  12. Ha una buona conoscenza pratica del Diritto britannico.

Ma ecco che dopo poco tempo Scotland Yard chiede la collaborazione di Sherlock Holmes per risolvere un misterioso caso di duplice omicidio riscontrato a Lauriston Garden, e Watson finalmente comprende che il suo coinquilino è un consulente investigativo dalle straordinarie doti, capace di fare dell’arte della deduzione una scienza esatta.

Ho trovato molto bella la presentazione dei personaggi di Watson e di Holmes, sebbene il carattere e la personalità di quest’ultimo venga appena accennata senza alcun tipo di approfondimento.

Tutta la vicenda che si dipana nella seconda parte, invece, mi ha dato l’impressione disherlock-holmes-147255_960_720 essere un qualcosa che è stato intromesso un po’ a forza dallo scrittore, e questa sensazione è data soprattutto dal fatto che il lettore non viene assolutamente preparato, ritrovandosi di colpo spazzato via dalla Londra degli anni ’80 per seguire l’evoluzione di una storia che ha avuto origine vent’anni prima tra le montagne dello Utah.

In conclusione, è ben evidente il fatto che si tratti di un romanzo d’esordio e che anche i personaggi protagonisti debbano ancora essere ben sviluppati, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto psicologico, ma l’ironia di Doyle e la sua bravura stilistica rendono Uno studio in rosso un romanzo assolutamente godibile, e quel che ne resta è la voglia di scoprire altre avventure del detective Sherlock Holmes e del dottor John Watson.

 

 

 

 

“Sherlock” di Steven Moffat e Mark Gatiss

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Arrivo sempre in ritardo quando si tratta di serie TV.
In genere ne vedo poche perché preferisco di gran lunga i film e tendo a lasciarmi intimidire dal numero delle puntate e delle stagioni da recuperare.
Poi, per quanto riguarda questa serie nello specifico, ero abbastanza prevenuta e decisa a non spendere il mio tempo per guardarla. La motivazione principale è che si tratta di un adattamento dello Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle ma ambientato nella Londra dei giorni nostri, e quando si tratta di reinterpretazioni e adattamenti di opere originali, che siano esse film, romanzi o composizioni musicali, sono sempre un po’ restìa e poco propensa a prestargli attenzione.
Ma devo ammettere che stavolta mi sbagliavo.

Ho iniziato a vedere Sherlock quasi per caso, forse incuriosita dal fermento che la quarta stagione ha lasciato dietro di sé ed anche perché avevo già apprezzato la recitazione di Benedict Cumberbatch in The Imitation Game, film del 2014 diretto da Morten Tyldum, o forse non c’è un reale motivo e ho iniziato a guardare la prima puntata per noia… fatto sta che è stata una scoperta fantastica.

La prima stagione è composta da tre episodi della durata di 90 minuti ciascuno.
Questi sono, a mio avviso, due fattori molto positivi perché:

  1. ogni episodio è sufficientemente lungo da permettere che il ritmo e lo sviluppo della trama siano più simili a quelli di un film vero e proprio che non a quelli di un telefilm;
  2. il fatto che la stagione sia composta soltanto da tre episodi non ne appesantisce la visione ed evita di far sembrare il tutto troppo ripetitivo.

Ma al di là di questo tipo di considerazioni, voglio dirvi quali sono state le cose che veramente mi sono piaciute e che mi hanno convinto a proseguire con la visione delle stagioni successive.

Il genio di Benedict Cumberbatch.0c2c7a033c56585e0fda263f31402097

Prima di iniziare le riprese, l’attore ha studiato il personaggio di Sherlock Holmes
leggendo tutti i romanzi di sir Arthur Conan Doyle perché voleva coglierne l’essenza.
E ci è riuscito molto bene.
La sua recitazione è qualcosa di spettacolare, a tratti quasi teatrale: postura, portamento e gestualità rendono il suo Sherlock un personaggio affascinante, carismatico e misterioso.
E pensare che la madre di Benedict riteneva che il figlio non fosse abbastanza bello per interpretare il detective più famoso di tutti i tempi, e quindi che non fosse la persona adatta.
Direi che la signora si sbagliava.

La fotografia.

Sherlock: A Study In Pink

Composizioni studiate al millimetro, contrasti di colori, perfette simmetrie ed esaltazione di profondità e di spazi arricchiscono la sceneggiatura e la trama di Sherlock.
La cura che è stata dedicata alla fotografia di questa serie è un fattore che contribuisce ad avvicinarla ancora di più ai prodotti cinematografici del grande schermo.
Ciò che subito si nota sono i colori desaturati nelle scene aperte, soprattutto in quelle che mostrano Londra e i suoi palazzi: i colori sono a tratti impercettibili, come un bianco e nero sbiadito, che danno un effetto un po’ retrò e sono di forte impatto emotivo.
Questo si scontra poi con i contrasti rafforzati nelle scene buie, negli inseguimenti lungo le vie a ridosso del Tamigi e nelle ambientazioni notturne.
E’ bello vedere Sherlock anche solo per l’accuratezza della fotografia.

La colonna sonora.

La sigla di apertura è stata composta da David Arnold e Michael Price, nomi importanti della musica da film (il primo ha lavorato a Stargate e Independence Day, il secondo come music editor nella trilogia del Signore degli Anelli).
La melodia è orecchiabile e riconoscibile, e basta sentirla una volta per ritrovarsi a canticchiare il vivace ritornello dall’atmosfera vagamente orientale.
Un motivo ironico, retrò ed elegante, proprio come Sherlock.
Il personaggio che si rispecchia nel tema della colonna sonora.
Non capita poi così spesso.

Questo è stato quello che mi ha colpito di più nei primi  tre episodi di Sherlock.
Mi aspetto grandi cose dalle stagioni successive.

 

 

 

 

“Assassin’s Creed” di Justin Kurzel

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Ieri sera sono andata al cinema a vedere Assassin’s Creed, il film ispirato all’universo del best seller videoludico della Ubisoft.

Ho voluto vederlo perché ho delle simpatie per il videogioco, anche se lo conosco solo in parte perché la mia costanza con questo tipo di intrattenimento è quella che è: si alternano periodi di chiusa mortale che possono durare anche un mese o due a luuuuuuuunghi periodi di nulla.
Ma va bene così.

Cosa mi aspettavo da questo film?
Tante corse e salti da un tetto all’altro, tante gole tagliate, tanti salti della fede ed una buona contestualizzazione storica.

Cosa ho trovato?
Tante corse e salti da un tetto all’altro, qualche gola tagliata, un solo salto della fede, una contestualizzazione storica praticamente inesistente ed una buona dose di questioni campate in aria e non spiegate.

Ma vediamo di cosa effettivamente parla questo film.

Siamo nella Spagna del 1492 e Aguilar de Nerha viene introdotto nella Confraternita degli Assassini, un ordine segreto che per secoli si è opposto a quello dei Templari. Il compito che viene affidato ad Aguilar è quello di proteggere il Principe di Granada, figlio del Sultano.

Nel 1986, Callum Lynch fa ritorno a casa e trova sua madre morta, uccisa da suo padre, un membro dell’Ordine degli Assassini, che ordina al figlio di scappare quando arrivano gli uomini armati della Fondazione Abstergo (il moderno Ordine dei Templari) per evitargli la cattura.

Trent’anni dopo, nel 2016, Callum viene condannato a morte per omicidio, ma vienedf-02748 salvato dalla stessa Fondazione Abstergo e trasportato nella loro struttura a Madrid per diventare lo strumento che li condurrà al termine di una ricerca che va avanti da oltre cinquecento anni: trovare la Mela dell’Eden.

Questa sfera dorata fu creata da un’antica civiltà e contiene il codice genetico del libero arbitrio dell’uomo, e la Dr.ssa Sophia Rikkin, figlia del capo della fondazione, vuole utilizzare per curare ed estinguere la violenza nel mondo.

Da dove viene l’antica sfera? Come è possibile utilizzarla per curare la violenza come se fosse una malattia? E’ una sfera magica? Come si usa? … Non si sa. Il film non lo spiega.

Viene scelto proprio Callum Lynch perché è il diretto discendente di Aguilar de Nerha, ed è questo il motivo per cui viene introdotto nel progetto Animus. Cal quindi viene collegato ad una macchina che gli permette di rivivere i momenti della vita del suo antenato tramite la memoria genetica, e questo permetterà all’Abstergo di ritrovare la Mela dell’Eden nascosta da Aguilar.

Questi sono i presupposti da cui poi si sviluppa la vicenda.

Ma la cosa che mi ha disturbato è che in questo film, oltre a non essere spiegato cos’è la Mela dell’Eden, a cosa serve, come si usa, da dove viene, ecc… non si parla neanche del Credo degli Assassini.
C’è una confraternita di persone che per secoli muore combattendo contro i Templari in nome di un Credo e il film non spiega minimamente cos’è.
E’ un credo religioso? E’ un giuramento ad un potere superiore? E’ un codice comportamentale? Boh. Non si sa.

Altro aspetto negativo del film, secondo me, è la completa assenza di contestualizzazione storica. Cioè… non puoi ambientarmi una vicenda in un preciso momento storico ed in un luogo specifico (Granada del 1492) e non amalgamare minimamente la storia narrata agli eventi di quel periodo storico.

L’unica cosa chiara è che ci sono gli Assassini che combattono contro i Templari per evitare che questi ultimi entrino in possesso della Mela dell’Eden. Questa Mela consentirebbe ai Templari di piegare la volontà della gente sottomettendola al loro potere eliminando, di conseguenza, la ribellione e la libertà di pensiero e azione che contraddistingue proprio gli Assassini.

Tutto il resto è un contorno più o meno sfocato.

In sostanza però non posso lamentarmi perché, in realtà, mi aspettavo di molto peggio.
Alla fine la trama non è malaccio e il film mi ha intrattenuta senza annoiarmi, quindi la sufficienza se l’è meritata.

Buona l’interpretazione di Michael Fassbender.

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“Olga di carta: il viaggio straordinario” di Elisabetta Gnone

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Finalmente.
Lo volevo da quando è uscito e quest’anno il Natale è stato generoso con me.

Proverò a parlarvi di questo libro che ho appena concluso così come mi viene, senza stare troppo a pensarci o a ragionarci, perché si tratta di un libro che lascia molte sensazioni… e le sensazioni non sono razionalizzabili.hd650x433_wm

Per me leggere Olga di carta è stato come mangiare uno di quei pasticcini di pasta frolla ripieni di crema e guarniti con frutti di bosco.
E’ un libro tenero, dolce e delicato che profuma di bosco d’estate.
E’ come un quadro con i colori di un campo di grano in un giorno di sole estivo.
E’ la morbida carezza di una fresca brezza dopo un tuffo nel lago in un pomeriggio caldo.
E’ sedersi all’ombra di un albero a guardare il cielo azzurro mentre intorno è tutto un frinìo di cicale.

19741926La storia è quella di Olga Papel, una bambina che vive nel paesino di Balicò, uno come ce ne sono tanti in Italia, dove il tempo sembra essersi fermato e dove la gente vive di tradizioni, di chiacchiere davanti un bar e di messe la domenica mattina.
Olga ha 11 anni ed in paese è famosa per le storie che racconta, così dettagliate e ben narrate che tutti si chiedono se siano vere.
Un giorno, per consolare il suo amico Bruco dalle prese in giro di bulli che lo perseguitano a causa del suo carattere debole e del suo marcato rotacismo, Olga inizia a raccontare la storia di una bambina di carta che non voleva più essere di carta, e per questo decide di intraprendere un lungo viaggio per chiedere alla maga Ausolia di trasformarla in una bambina normale, come tutte le altre.
Il viaggio si rivelerà lungo, faticoso e pieno di pericoli ma la bambina di carta incontrerà tanti amici che l’aiuteranno e che le faranno scoprire quanto lei sia forte nonostante sia fatta di fragile carta.
Per tutto il viaggio la bambina di carta penserà a qual è la sua dote, a cosa la contraddistingue come individuo… e alla fine non solo la troverà, ma capirà che la normalità non esiste perché ognuno è speciale e unico al mondo.

Uno stile semplice e scorrevole, adatto ai più piccoli, Olga di carta è una favola moderna che profuma di antico per i bambini che amano viaggiare con la fantasia e per gli adulti che vogliono riscoprire la semplicità e la dolcezza.

Io non posso che consigliarvi questo libro meraviglioso.

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