“L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera

E’ difficile scrivere un post su questo libro, ma voglio provare comunque a parlarvene f1a6aa41f8c3d3b9f9b681d4e5dad53a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyperché L’insostenibile leggerezza dell’essere è uno di quei romanzi che aprono un mondo e che servono per pensare e per conoscere aspetti della propria vita che forse prima non avevamo considerato.

Dunque… di cosa parla questo libro? Parla di tante cose in verità, ma ognuna di queste cose è legata all’amore e alla sua realizzazione nei diversi tipi di rapporti analizzati dallo scrittore. Dico “analizzati” perché di fatto questo romanzo è un’analisi della vita, dell’amore, della morte, delle casualità, della storia e del pensiero.

Siamo nella Praga del 1968, in un’irrequieto scenario di dominazione comunista, quando Tomàs e Tereza si incontrano per caso e per caso si innamorano. Tereza è una donna fragile, che ha bisogno di protezione e di sentirsi amata. Tomàs, al contrario, è un uomo fortemente indipendente che non vuole sentire su di sé la costrizione di una relazione amorosa stabile e che non può fare a meno di avere numerose amanti occasionali.
Questi primi due personaggi sono uno l’opposto dell’altro ed intendono la relazione amorosa in due modi completamente diversi: per Tereza l’amore è la totale dedizione (anima e corpo) ad una persona soltanto, mentre per Tomàs c’è differenza tra amore e sesso, e la profondità del sentimento che lo lega a Tereza non ha nulla a che vedere con la passione che lo spinge tra le bracia di altre donne.
Intorno a questi due personaggi principali ruotano altre figure secondarie, come Sabina, amante di Tomàs, Franz, spasimante di Sabina, Simon, figlio di Tomàs, e Karenin, la cagnolina di Tereza e di Tomàs.
Le relazioni che intercorrono tra questi personaggi sono tutte regolate da un equilibrio che li pone in posizioni opposte l’uno all’altro, proprio come i due protagonisti.
Ogni personaggio cerca di attrarre a sé il suo opposto, e più sono vicini e maggiore è la pesantezza che li schiaccia e li distrugge. Sì, perché tutto si gioca sul continuo susseguirsi e scontrarsi di stati di leggerezza e di pesantezza, come nel quarto movimento del Quartetto No. 16, Op. 135 di Beethoven, che lo scrittore conosce molto bene.
<<Es muss sein!>>, scrive Beethoven all’inizio del quarto movimento. Deve essere. Nessun uomo può ribellarsi al proprio es muss sein, alla propria indole, alla propria vocazione ed inclinazione naturale. Sfuggire all’es muss sein vuol dire cedere alla pesantezza e schiacciare il proprio essere, perdersi per non ritrovare più la leggerezza, che è l’unico stato di pace e serenità.

Ma cos’è che costringe l’uomo verso la pesantezza? Non è certamente una condizione che si raggiunge consapevolmente o volontariamente, poiché la vita dell’uomo e diretta solo dal caso. E’ infatti per caso che si incontrano e si conoscono nuove persone, è per caso che ci si innamora, ed è sempre per caso che si può perdere il proprio lavoro.

Come vedete siamo di fronte ad un romanzo molto filosofico che rivela molto della mente che si cela dietro la penna da cui è nato.
Nel corso della narrazione, infatti, viene spesso fatto riferimento, oltre al sopracitato quartetto per archi, alle teorie di grandi filosofi come Nietzsche, Kant e Descartes, per passare poi a riflessioni sul Kitsch e sulla morte.

Nonostante in questo libro ci sia tutto questo (e molto altro ancora), la lettura non risulta mai troppo pesante o lenta. Lo stile, infatti, è molto scorrevole e leggero e le sue 336 pagine scorrono senza fatica, grazie anche alla brevità dei capitoletti che compongono le sette parti del romanzo.

Io mi sento di consigliarlo a chiunque non l’abbia ancora letto e che abbia voglia di affrontare una lettura così intensa, ma non direi che sia adatto ad un pubblico troppo giovane, perché credo che la maturità e un po’ di esperienza di vita aiutino a comprendere meglio alcune parti.

Detto questo, vi lascio il link in cui potrete trovare questo bellissimo romanzo (ovvero qui).

Fatemi sapere se anche voi lo avete letto e cosa ne pensate, o se avete in programma di leggerlo prossimamente.

Alla prossima.

“Panzerotta e Crocchetto” di Ana Oncini

Ben ritrovati, cari lettori!

Oggi voglio parlarvi di un fumetto che ho appena letto, che ho apprezzato e che vorrei consigliarvi.
Sapete che in realtà non mi capita troppo spesso di leggere fumetti e graphic novel, ma da qualche tempo sto page_1cercando di avvicinarmi anche a questo tipo di letture, e sto scoprendo opere veramente molto belle, come Panzerotta e Crocchetto di Ana Oncini.

Giunto in Italia nel giugno del 2016, grazie alla Bao Publishing, dopo un notevole successo riscosso in Spagna, Panzerotta e Crocchetto è l’opera prima della giovanissima Ana Oncini (classe 1989) che, in 128 pagine, ci racconta brevi storie di vita quotidiana di una coppia di innamorati che vanno a vivere insieme e, nella convivenza, scoprono un po’ per volta i difetti e i pregi dell’altro.

L’autrice si è ispirata alla propria esperienza di convivenza e, aggiungendo un pizzico di dolcezza, molta simpatia, un po’ di leggerezza e molta ironia, ha creato un’adorabile coppia di buffi personaggi.

Il perché del successo di questo fumetto, infatti, sta proprio nella semplicità con cui racconta le tante piccole cose, i gesti e le frasi che ogni coppia di innamorati conosce e vive in prima persona, e la facilità con cui ci si riesce ad immedesimare nelle storie, non può che far sorridere il lettore, concedendogli una mezz’ora (tanto dura la lettura del fumetto) di spensierata leggerezza ed allegria.

Il fatto che non avere una vera e propria trama, essendo una raccolta di scenette quotidiane, rende la lettura molto scorrevole e perfetta per chi viaggia spesso sui mezzi pubblici. Un viaggio in treno o in metro, ad esempio, potrebbe infatti essere un buon momento per leggere Panzerotta e Croccchetto, sia per le sue ridotte dimensioni che per il suo contenuto molto leggero.

E’ stata una lettura che mi ha fatto sorridere e che mi ha messa di buon umore, e spero che possa essere, o che sia stato, lo stesso anche per voi.

Mi farebbe molto piacere sapere se lo avete letto anche voi o se avete intenzione di farlo, e che cosa ne pensate.

Io vi saluto e vi lascio il link per acquistarlo su Amazon
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“Lion. La strada verso casa” di Garth Davis

Salve a tutti e ben ritrovati, cari lettori.
Questo blog ha toccato la soglia dei 100 iscritti e per questo vi ringrazio 🙂
100 inizia ad essere un numero considerevole e la cosa mi fa veramente molto piacere!

Ma oggi sono qui soprattutto perché voglio consigliarvi un film che ho visto qualche giorno fa e che mi ha veramente colpito come pochi altri film sono riusciti a fare.
Sto parlando di Lion. La strada verso casa di Garth Davis.

Uscito nelle sLion fronte neutro_0ale italiane lo scorso 22 dicembre, è passato del tutto inosservato ai miei occhi, ed il fatto che io lo abbia visto di recente è stato del tutto fortuito.

Dovete sapere che, per la maggior parte delle volte, il mio criterio di scelta dei film da vedere è quasi totalmente casuale.
Mi lascio spesso influenzare dalle locandine, dal titolo o da quanto e da come se ne parla sul web, e raramente vado a cercare recensioni o trailer. Questo perché preferisco di gran lunga approcciarmi al nuovo scoprendolo da zero, senza sapere bene cosa aspettarmi.

E quella di Lion è stata veramente una gran bella scoperta.

Ma di cosa parla questo film?
La trama è ispirata alla vera storia di Saroo, un bambino indiano che nel 1986, all’età di cinque anni, sale su un treno per sbaglio e si perde per e strade di Calcutta, a 1600 chilometri da casa sua. Saroo non parla la lingua del posto ed è troppo piccolo per sapere il nome della sua famiglia; e così passa dalla strada all’orfanotrofio, fino a quando non viene adottato da una coppia australiana. In Australia Saroo conduce una vita agiata ed ha la possibilità di studiare, ma il pensiero dell’India e i ricordi d’infanzia non lo abbandonano mai, fino a quando, 25 anni dopo, riesce finalmente a ritrovare la strada di casa grazie a Google Earth.

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Il film è distintamente diviso in due parti: nella prima si racconta l’infanzia del piccolo Saroo (interpretato da Sunny Pawar) che passa dalla difficile vita in una povera cittadella alla lotta per la sopravvivenza in una delle più grandi metropoli indiane.
Molto bella e curata la fotografia che mostra colori, paesaggi e scorci del lato povero dell’India.
Sono scene molto forti e dirette che ci mettono di fronte ad un realtà a cui spesso non pensiamo, e che lasciano emergere tutto lo smarrimento e la paura che può provare un bambino di cinque anni che si è perso in un mondo totalmente diverso dal suo.

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Nella seconda parte il film diventa molto meno documentaristico e cambia anche il ritmo narrativo, che si accelera per arrivare alla conclusione della storia e chiudere il cerchio del racconto.
Qui vediamo un Saroo adulto (interpretato da Dev Patel) totalmente ossessionato dai ricordi della sua prima infanzia, e che fa di tutto per ritrovare la propria casa e la propria famiglia.

Purtroppo in questa seconda parte ho avvertito come un senso di “fretta di arrivare al finale”, e credo che questo abbia influito negativamente soprattutto sul carattere psicologico del protagonista e sul suo rapporto con la famiglia adottiva.
Si, insomma… avrei preferito che il film fosse stato più lungo per dare maggiore spazio a questi aspetti, a parer mio importanti, che sono stati un po’ (troppo) trascurati.

Ma nonostante qualche piccola pecca di questo tipo, nel complesso Lion resta un gran bel 2941866-9788891507167film ed uno dei migliori che ho visto negli ultimi mesi. Ma la cosa veramente buona è che, a visione terminata, lascia lo spettatore di buon’umore.
Una storia triste a lieto fine ben raccontata e una finestra sul difficile mondo dei troppi bambini poveri che ogni anno scompaiono in India.

Ho poi scoperto che la vita di Saroo era stata già raccontata nel libro autobiografico (scritto dallo stesso Saroo Brierley) pubblicato nel 2014: La lunga strada per tornare a casa, e considerando che il film mi è piaciuto molto, credo che prima o poi leggerò anche il libro.

Voi avete visto il film o avete letto il libro?
Se sì, cosa ne pensate?
Li consigliereste?

 

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“La Bella e la Bestia” di Bill Condon

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Cari lettori, ecco le mie impressioni a caldo sul discutissimo, chiacchieratissimo, pubblicizzatissimo live-action de La Bella e la Bestia che vede Emma Watson nei panni di Belle, una delle principesse Disney più amate di sempre.

Io sono cresciuta guardando i film Disney e continuo  farlo tutt’ora, e devo dire che La Bella e la Bestia è sempre stato il mio classico preferito, quello visto e rivisto che periodicamente riguardo con affetto e nostalgia.
La cosa che maggiormente apprezzo di questo classico è la personalità di Belle, che è, a mio avviso, una delle più accurate e complesse tra tutte le protagoniste femminili dei film Disney.
Lei è intelligente, è una sognatrice, è coraggiosa, altruista, riflessiva, non si ferma alle apparenze ed è la prima protagonista femminile capace di vede la bontà d’animo, andando oltre la bellezza esteriore.

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Il lavoro che è stato fatto nel remake cinematografico è stato soprattutto quello di arricchire il personaggio della protagonista, dandole un carattere più ribelle e più forte, tant’è vero che nel film non si vede mai una Belle in lacrime, a differenza di quanto succedeva nel film d’animazione del 1991. Inoltre, nel film, la ragazza tenta la fuga fin dalla prima sera di reclusione, pensando di potersi calare dall’alto della torre in cui si trovava la sua stanza, cosa che non succede nel cartone animato.

Oltre alla personalità di Belle, ad arricchirsi è anche la storia di tutti personaggi principali di cui viene definito il ruolo e a cui viene dato un passato.
Prendiamo Gaston (Luke Evans), ad esempio, che nel cartone animato è un cacciatore arrogante, maschilista ed ignorante, nel film viene più volte sottolineato il fatto che ha da poco preso parte ad una guerra, ed è quindi un militare che sente il bisogno di dover dimostrare la sua forza e il suo eroismo anche fuori dal campo di battaglia.
Poi c’è Maurice (Kevin Kline), il padre di Belle, che da inventore, quale era nel film di animazione del 1991, diventa artista e pittore, mentre passa a sua figlia il ruolo di “inventore di famiglia”. Si accenna poi a sua moglie e si spiega brevemente, ma in modo esaustivo, il perché della sua morte prematura.
Acquista poi un passato anche la bestia (Dan Stevens): si parla della sua famiglia, della sua educazione e della sua istruzione e di come tutto ciò abbia influito sul suo carattere rendendolo egoista e scontroso.
Insomma non sono poche le cose aggiunte alla precedente trama di questo film, ma risultano tutte ben amalgamate e non appesantiscono né rallentano il ritmo della narrazione, anzi la arricchiscono portando qualcosa di nuovo alla fiaba che ogni amante della Disney conosce a menadito.

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Con l’allungamento della durata del film è aumentato anche il numero delle canzoni, e quelle riprese dal cartone animato hanno avuto una modifica del testo, senza subire stravolgimenti di significato.
Ecco… sul piano musicale non posso dire di aver avuto la stessa buona impressione che ho avuto per quanto riguarda la buona riuscita dell’evoluzione della trama.
Dico questo perché è troppo evidente il divario che c’è tra le canzoni che già appartenevano al film e quelle che sono state aggiunte successivamente: è come se appartenessero a qualcos’altro e non restano sulla stessa linea di contiguità della colonna sonora originale.
Per quanto riguarda invece lo stravolgimento dei testi originali delle canzoni, dico che questa modernizzazione è più che giustificata ed anche abbastanza ben riuscita (eccetto qualche strofa che… insomma… suona un tantino strana). Ma, tutto sommato, hanno fatto più che bene ad evidenziare la maturazione che c’è stata anche sul piano della musica; basta considerare che nel film si percepisce chiaramente lo spirito femminista di Belle ed anche una non troppo velata omosessualità di Le Tont. Insomma è stato fatto un lavoro di arricchimento delle tematiche e di attualizzazione non da poco rispetto al classico animato.

L’unico vero appunto negativo che mi sento di fare a questo film, che nel complesso mi è inaspettatamente piaciuto, è la recitazione di Emma Watson che proprio non riesce a convincermi.
Ammetto che esteticamente e fisicamente è più che adatta ad interpretare il ruolo di Belle, ma le sue espressioni proprio non convincono ed anche le sue movenze, la sua postura, il modo di camminare… appare tutto troppo artificioso, finto e per nulla spontaneo.

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Promosso a pieni voti, invece, Luke Evans, che risulta essere il più simpatico e divertente sullo schermo, con un’ottima interpretazione dell’affascinante Gaston. Bravo.

Queste sono le mie opinioni su quello che era uno dei film più attesi del 2017.

E voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

Beauty and the Beast - La Bella e la Bestia - animated gif (1)

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“Da quassù la Terra è bellissima” di Toni Bruno

Pubblicata il 9 giugno 2016 dalla casa editrice BAO PublishingDa quassù la Terra è tonibellissima è l’ultimo lavoro del fumettista Toni Bruno, autore di altre graphic novel come Non mi uccide la morte – La storia di Stefano Cucchi (Castelvecchi Editore, 2009),  Lo psicotico domato (Nicola Pesce editore, 2010) e Kurt Cobain. Quando ero un alieno (Edizioni BD, 2013).

E’ considerato da molti una dei migliori albi a fumetti del 2016, la cui narrazione riesce a coinvolgere fin dall’inizio, mantenendo sempre molto alta la concentrazione del lettore.

Uno di quei libri da leggere tutto d’un fiato.

La vicenda si svolge negli anni Sessanta, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in piena guerra fredda.
Il contesto in cui si sviluppa il racconto è quello della corsa allo spazio, tra cosmonauti, addestramenti e rampe di lancio: uno sfondo che ben si amalgama ad una vicenda molto intimistica tra due uomini appartenenti a due mondi in conflitto.
Akim Smirnov e Frank Jones, i due protagonisti, sono personaggi molto diversi: il primo è un astronauta russo, ed il secondo è uno studente di psicologia squattrinato che vive in America.
Smirnov è ormai un eroe nazionale che però, dal suo ultimo viaggio in orbita, non riesce più ad affrontare i test che precedono il lancio a causa di un perenne senso di angoscia e frustrazione che lo paralizza.
Jones è un ansioso studente universitario disorganizzato che spesso si ritrova a fare i conti con attacchi di panico e crisi d’ansia.
Il fatto di vivere un disagio molto simile farà di Jones l’unico uomo in grado di curare Smirnov che, affrontando i mosti di un passato difficile, ritroverà la forza di guardare avanti.

Il punto di forza di questa graphic novel è senz’altro il coinvolgimento emotivo che suscita nel lettore, grazie alle atmosfere ricreate negli scenari dei disegni, e grazie soprattutto alla progressione narrativa, che non vede sbavature di alcun tipo nelle sue 204 pagine.
I personaggi, poi, sono ben caratterizzati e ben inseriti nel contesto storico e politico che ospita la storia. Inoltre essi hanno un trascorso e un mondo interiore che li rende assolutamente credibili e completi.

La sensazione che si prova dopo aver terminato la lettura è la stessa che può lasciare la visione di un bel film, anche (e soprattutto) perché la storia non è divisa in capitoli, ed in questo modo tutto risulta essere più unitario e compatto nella mente del lettore.

Insomma, non posso che consigliarvi questa meravigliosa graphic novel, augurandovi un buon viaggio attraverso le regioni più oscure della psiche umana.

“X-Men: Magneto Testament” di Greg Pak e Carmine di Giandomenico

Ho iniziato la lettura di questa graphic novel spinta dall’ondata di sorprendente meraviglia51mm0znudl-_sy344_bo1204203200_ che scaturita dalla visione del film Logan – The Wolverine di James Mangold, attualmente in sala.

Magneto Testament è il mio primissimo tentativo di approccio al mondo degli X-Men dei fumetti.
So benissimo che probabilmente avrei fatto meglio ad addentrarmi direttamente nel vivo delle vicende degli X-Men, ma scoraggiata ed indecisa di fronte ai titoli delle troppe testate, ho pensato che un avvicinamento “da lontano” avrebbe reso meno traumatico l’impatto.

Questo volume, firmato Marvel, racconta l’infanzia del personaggio di Magneto, il cui vero nome è Max Eisenhardt, che vive in prima persona il dramma della persecuzione e dello sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Schindlers-List-Oliwia-Da-010Ho trovato i disegni veramente molto belli, con l’atmosfera tipica che siamo abituati a vedere nel cinema della Shoah.
Le copertine dei 5 volumi, in particolare, con queste immagini totalmente grige e fumose e con il dettaglio rosso, sono un chiaro riferimento a Shindler’s List e alla famosa bambina dal cappotto rosso, che si allontana dalla folla in marcia e si nasconde sotto il letto non vista da nessuno.

Insomma veramente molto bello ed elegante lo stile di Carmine magneto-testament-04-page-015Di Giandomenico, il disegnatore italiano che dal 2004 si è fatto valere in America, collaborando prima con la Marvel e poi con la DC comics.

Ma ora veniamo a qualche considerazione sulla storia e sulla narrazione.

Sostanzialmente quest’opera ha come unico scopo quello di raccontarci la giovinezza di Magneto, con tutte le difficoltà e le sofferenze che può incontrare un ragazzo ebreo cresciuto nella Germania nazista.
La trama del racconto si snoda dal 1935 fino al 1948, e va dalle prime discriminazioni razziali, fino alla liberazione dai campi di sterminio da parte dell’esercito americano.

E’ un lavoro storicamente ben accurato e ben documentato, e descrive molto bene le varie fasi del piano di sterminio degli ebrei… ma a mio avviso presenta una carenza abbastanza rilevante che gli impedisce di essere un’ottima graphic novel: la mancata profondità dei personaggi.
Non ho trovato, infatti, nessuno spessore a livello psicologico, nessuna introspezione, nessuna manifestazione di un qualsiasi tipo di sentimento, neanche da parte del protagonista.
Penso che il giovane Magneto avrebbe potuto trasmettere e raccontare molto di più della sua tragica esperienza, anche semplicemente con pensieri e riflessioni o con semplici confidenze. E invece… è un personaggio sempre triste e molto silenzioso, che parla poco e che non esterna mai il suo dolore.

Insomma non ho trovato lo spessore e la caratterizzazione che mi aspettavo, ed è un peccato, perché con un maggiore approfondimento psicologico di Max, unitamente all’accuratezza storica e alle bellissime tavole, sarebbe stata veramente una gran bella lettura.

E voi cosa ne pensate?
Avete letto questa graphic novel?

 

 

 

 

 

 

 

“La La Land” di Damien Chazelle

Dallo stesso regista di Whiplash , film del 2014 interpretato da Miles Teller e J. K. Simmons e vincitore di tre Premi Oscar nel 2015 (miglior attore non protagonista a J. K. Simmons, miglior montaggio e miglior sonoro), il 26 gennaio 2017 è arrivato nelle sale italiane un altro film in cui l’argomento “musica” ha un ruolo fondamentale.

La La Land racconta un’intensa e burrascosa storia d’amore tra l’aspirante attrice Mia (Emma Stone) ed il musicista jazz Sebastian (Ryan Gosling), che si sono appena trasferiti a Los Angeles in cerca di fortuna.

Mia, tra un provino e l’altro, serve cappuccini alle star del cinema.
Sebastian sbarca il lunario suonando nei piano bar.
Dopo alcuni incontri casuali, fra Mia e Sebastian esplode una travolgente passione nutrita dalla condivisione di aspirazioni comuni, da sogni intrecciati e da una complicità fatta di incoraggiamento e sostegno reciproco.
Ma quando iniziano ad arrivare i primi successi, i due si dovranno confrontare con delle scelte che metteranno in discussione il loro rapporto.
La minaccia più grande sarà rappresentata proprio dai sogni che condividono e dalle loro ambizioni professionali.

Si oscilla continuamente tra il fascino coinvolgente delle canzoni di Justin Hurwitz (musiche) e Benj Pasek e Justin Paul (parole) e le incomprensioni o i fallimenti che incrinano le vite reali.
La La Land è il musical contemporaneo che vuole omaggiare la Hollywood degli anni ’50 e avvicinare il giovane pubblico a quel mondo meraviglioso e lontano, e ci riesce benissimo riproponendone le atmosfere allegre e sognanti, che ben si armonizzano con i personaggi principali: due romantici sognatori.

Film di inaugurazione della Mostra di Venezia, calorosamente applaudito dal pubblico, arriva nelle sale italiane dopo il trionfo ai Golden Globe vincendo tutto quello che poteva vincere e portando a casa sette premi su sette candidature: miglior film, migliori attori protagonisti, migliore sceneggiaturamiglior regia, migliore colonna sonora e migliore canzone (City of Stars), diventando così il film con il maggior numero di premi vinti in tutta la storia dei Golden Globe.
Insomma, un simile successo sicuramente pone La La Land tra i favoriti per gli Oscar 2017.

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Ma cos’è che colpisce e che piace così tanto in questo film?

La prima cosa che si nota sono i colori.
La La Land è un caleidoscopio di colori: rosso, giallo, verde, blu, viola e bianco che si sovrappongono vertiginosamente nelle coreografie.
I forti contrasti cromatici, soprattutto degli abiti degli attori con lo sfondo, caratterizzano fortemente questa pellicola, dandole quel tocco di stile che contribuisce a renderne piacevole la visione.
Questa caratteristica è strettamente collegata con l’evoluzione della trama, perché con la crescita e la maturazione dei personaggi (soprattutto di Mia), i colori degli abiti si fanno più sobri ed eleganti, quasi a voler sottolineare la graduale presa di coscienza che la vita non è sempre allegra, spensierata e felice.

Molto particolare anche è la regia: una telecamera sempre in movimento e che quasi si unisce alle coreografie, dando una fluida dinamicità alle scene e coinvolgendo maggiormente lo spettatore, che viene così posto al centro dell’azione.

Ma è la colonna sonora è la vera anima di questo film, molto più della trama che è semplice e lineare.
Motivetti orecchiabili che vanno dall’energica e allegra Another Day of Summer alla malinconica e speranzosa City of Stars, la musica di La La Land sa trasmettere la magia del musical classico fin dalla prima scena.
Molto presente è il pianoforte che spesso si lascia andare su accordi jazz unendosi alla tromba, al sax, alle percussioni e al contrabbasso, ma troviamo anche brani con l’intera orchestra da cui si affacciano gli acuti trilli di due flauti che si rincorrono, o ancora brani in cui si trova tutto questo, come in A Lovely Night.

Altro aspetto che ho molto apprezzato di La La Land è l’evoluzione a cui vanno incontro Mia e Sebastian e la loro storia, e con loro matura l’intero film: dalla trama ai dialoghi, dalla musica alla fotografia.
E’ come se il mondo dei due protagonisti maturi e cresca con loro, trasmettendo allo spettatore questo lento cambiamento graduale che diventa veramente evidente solo alla fine.

Insomma, avrete ormai capito che ho apprezzato molto la visione di questo film dalla trama semplice, ma complesso e articolato in tutto ciò che le ruota intorno.
La La Land vi resterà sicuramente impresso, perché è uno di quei film che si fa ricordare: ha dentro tutto un mondo da mostrare e da raccontare allo spettatore, ovvero il mondo di una Hollywood che oramai non c’è più.
E per questo motivo che vi consiglio caldamente di vederlo: per scoprire (o per riscoprire) la magia del musical degli anni d’oro.

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