Due parole su “Black Sails”

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Black Sails è una serie televisiva statunitense creata da Jonathan E. Steinberg Robert Levine trasmessa dal 25 gennaio 2014 al 2 aprile 2017 ed approdata in Italia il 22 settembre 2014.
Questa serie conta un totale di 4 stagioni ed unisce intelligentemente la realtà storica con protagonisti della pirateria realmente esistiti, come Anne Bonny, Jack Rackham, Charles Vane, Barbanera e Benjamin Hornigold, con i protagonisti del romanzo di Stevenson L’isola del tesoro, che sono il capitano FlintBilly Bones Long John Silver.

La vicenda ha inizio nel 1715, sul finire dell’età d’oro della pirateria, per raccontare della Walrus, capitanata da James Flint, e della sua estenuante caccia alla Urca de Lima, il galeone spagnolo che trasporta in oro il bottino della flotta delle Indie Occidentali.
Ma, durante le ricerche, la Walrus verrà ben presto affiancata dalla Ranger, capitanata dal temibile Charls Vane che, insieme al quartiermastro Jack Rackham e alla spietata Anne Bonny, tenterà di sottrarre il tesoro al capitano Flint. Ma non passerà molto tempo perché entrambi gli equipaggi si ritrovino a doversi fidare dello scaltro John Silver, l’unico conoscitore della rotta seguita dalla nave spagnola, intenzionato ad arricchirsi grazie a quel tesoro e disposto a tutto pur di sopravvivere tra quei temibili pirati.

Insomma, non aspettatevi di vedere una serie sui pirati che segua l’immaginario che negli ultimi anni è stato alimentato da Pirati dei Caraibi della Disney, perché qui non troverete né maledizioni né mostri marini, ma piuttosto violenza, sesso, sangue e tante, tante cospirazioni.
Un racconto, quindi, molto più maturo rispetto alle fanciullesche e spensierate avventure di Jack Sparrow: qui si parla di libertà, indipendenza, ribellione e liberazione dalla schiavitù, e tutto è perfettamente inserito in un contesto storico e geografico ben definito.

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Bellissime le ambientazioni del porto di Nassau e delle acque chiare delle isole dei Caraibi: ricostruzioni, per altro, molto simili a quelle di Assassin’s Creed IV: Black Flag del 2013, tanto che sembra quasi di vivere un ritorno in quei luoghi dopo esserci già stati.
Anche molti personaggi ritornano ed è impossibile non fare il paragone tra Black Sails ed il videogioco della Ubisoft: lavori entrambi molto validi se ci si vuole accostare alla storia della pirateria.

Comunque uno dei tratti più interessanti di questa serie TV è costituito dai continui 5d2f2ff41200d592db673ab89b610b65richiami al romanzo di Stevenson.
L’isola del tesoro è stato infatti fondamentale per la creazione dell’immaginario della figura del pirata così come noi oggi la conosciamo, e di cui ne è emblema il personaggio di Long John Silver.
E’ quindi praticamente impossibile non attingere all’opera di Stevenson se si vuole raccontare una storia di pirati, ma Black Sails va ben oltre le citazioni: Black Sails vuole essere il preambolo del romanzo e ci racconta le vicende accadute venti anni prima quelle del racconto stevensoniano. Difatti, dal finale della quarta, non si può che proseguire la storia leggendo il romanzo, a cui questa serie sembra essere ben collegata in tutti i suoi punti.

Che dire… una serie davvero ambiziosa.
Ma il risultato finale è abbastanza soddisfacente per lo spettatore?

Io, personalmente, ho trovato alti e bassi all’interno del flusso narrativo.
La storia inizia veramente soltanto a metà della prima stagione, dopo quattro puntate che si lasciano seguire un po’ a fatica, anche se un preambolo così lungo è infondo giustificato dagli sviluppi futuri.
Molto bella la seconda stagione, invece, che approfondisce le storie dei personaggi e ce li mostra come uomini e donne reali che sono il frutto dei loro burrascosi trascorsi.
Purtroppo non posso dire che la terza stagione sia stata altrettanto bella. E’ come se la trama ad un certo punto perdesse il suo centro e non fosse più tanto a fuoco.
Ad un certo punto si nota anche che i personaggi iniziano a subire innaturali stravolgimenti di carattere, che li portano velocemente ad essere tutt’altro da quello che erano inizialmente.
Ci sono inoltre alcune forzature di trama, quasi a voler accorciare il tempo del racconto e a voler piegare la narrazione verso degli eventi chiave di modo che possano aprirsi nuove strade narrative.
Insomma, ad un tratto sembra che il tutto voglia essere indirizzato verso un punto di chiusura in modo un po’ artificioso.
Fortunatamente c’è una ripresa dopo la metà della quarta stagione per chiudere dignitosamente una storia che sembrava essersi irrimediabilmente persa un po’ per strada.
Ma alla fine quel che conta è che in bocca resta comunque un buon sapore.

Tutto questo per dirvi che in fin dei conti mi è parsa una buona serie TV, nel complesso abbastanza gradevole da vedere, anche se non stiamo parlando di un capolavoro, ma di una buona fonte di intrattenimento.

 

Prodotti presenti nel post:

Black Sails: The Complete Collection (Seasons 1-4)

Pirati dei Caraibi Collection (5 Blu-Ray)

Assassin’s Creed IV: Black Flag

L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson

 

 

 

 

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Leggere Harry Potter a 27 anni – Parte IV

Harry Potter e il Calice di Fuoco

Salve a tutti lettori!71yQ42-ZrlL
Torno dopo una lunghissima assenza e mi giustifico dicendovi che il ritorno all’università (sì, mi sono iscritta alla magistrale) e l’arrivo inaspettato di un piccolo cagnolino hanno di molto rallentato la mia attività di lettrice.

Ma oggi sono qui perché ho appena terminato il quarto libro di Harry Potter e vorrei parlarvi delle mie impressioni al riguardo.

La prima cosa che si nota quando si inizia la lettura di Harry Potter e il Calice di Fuoco è la maturazione narrativa ed espositiva rispetto ai precedenti volumi, ancora fanciulleschi.

Nel quarto capitolo della saga, infatti, incontriamo un Harry adolescente alle prese con le prime pene d’amore e con problemi ben più grandi di lui (come sempre, del resto).

I personaggi principali (Harry, Ron e Hermione) sono maturati e si dimostrano più adulti rispetto ai libri precedenti, e con loro cresce anche il racconto di questa bellissima saga, sia nella scrittura che nell’intreccio narrativo.

Infatti sono molte le novità che incontriamo nel libro: ci sono tanti elementi che si aggiungono a quelli che già avevamo incontrato per ampliare la trama e per rendere questo universo immaginario molto più ampio, definito e complesso.
Ma la novità più importante che troviamo in questo quarto volume è la presenza di due altre scuole di magia: la scuola francese di Beauxbaton e la scuola scandinava di Durmstrang.
La presenza di queste due altre scuole ci sposta, finalmente, dall’idea che il mondo della magia trovi il suo fulcro nella scuola di Hogwarts e conferisce ampio respiro alle vaste possibilità di futuri sviluppi narrativi.
Insomma… io iniziavo a sentirmi un po’ stretta dentro gli stanzoni di Hogwarts e sono ben contenta che ci sia invece molto altro al di fuori delle sue mura.

Ciò che manca, invece, e a cui mi ero abituata (nonostante non amassi i capitoli che ne parlavano) è il tradizionale torneo di Quidditch, sostituito (solo per quest’anno, ha detto Silente) dal Torneo Tremaghi, che vede impegnati anche gli studenti di Beauxbaton e di Durmstrang, oltre a quelli di Hogwarts, la scuola ospite.

Ovviamente il Torneo Tremaghi richiede la partecipazione di tre maghi, per l’appunto, eletti campioni della scuola che rappresentano da un sistema di sorteggio totalmente imparziale che prevede l’utilizzo del Calice di Fuoco. Il torneo è molto impegnativo e l’età minima per potervi partecipare è di 17 anni ma il nostro sfortunato amico Harry, che di anni ne ha solo 14, viene comunque selezionato dal calice, e quindi non gli resta che partecipare, nonostante tutto.

Un libro, anche questo, che mantiene alta l’attenzione del lettore e che riesce a dosare bene i colpi di scena e l’evoluzione della trama.
La struttura della narrazione è ancora identica a quella dei libri precedenti e le vicende sono quindi ben scandite dai vari periodi dell’anno scolastico, ma sono  proprio le novità che rompono la monotonia in cui si rischiava di cadere dopo La Camera dei Segreti.

I Mangiamorte si radunano, Voldemort si sta muovendo e tutti i personaggi del libro iniziano a schierarsi chi con Silente e chi con l’Oscuro Signore. Sarà questo il libro che aprirà le porte ad una terribile battaglia per sconfiggere definitivamente Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato?

A questo punto le aspettative sono abbastanza alte e credo che la storia stia prendendo lo slancio per un finale inaspettatamente grandioso.

Per il momento è tutto.

Ci rileggiamo al prossimo libro.

 

Ecco i link ai libri di Harry Potter letti fino ad ora:
– Harry Potter e la Pietra Filosofale
– Harry Potter e la Camera dei Segreti
– Harry Potter e il prigioniero di Azkaban
– Harry Potter e il Calice di Fuoco

 

 

 

Leggere Harry Potter a 27 anni – Parte III

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Continua la mia lettura tardiva della saga di Harry Potter. 71C2wmHIeBL
In questi giorni ho letto il terzo volume ed ho divorato le pagine cavalcando l’ondata di entusiasmo che mi ha travolto dopo Harry Potter e la camera dei segreti (di cui trovate la recensione qui), che ritengo essere, fino ad ora, il miglior libro della saga.

Anche in questo terzo volume torna la struttura dei precedenti e di nuovo tutta l’azione viene scandita dai vari momenti dell’anno scolastico.

Rispetto al precedente, lo stile rimane pressoché invariato, ma si incontrano tante novità a livello narrativo che preparano a quello che verrà con i prossimi libri.

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è quindi un ponte tra l’Harry bambino e l’Harry adolescente, ed insieme a lui cresce anche l’intreccio narrativo che si fa più adatto ad un pubblico di ragazzi.

Anche se ho preferito la storia narrata in Harry Potter e la camera dei segreti, mi hanno molto incuriosito le novità che la Rowling ha inserito in questo terzo libro.
Qui per la prima volta Harry non si ritrova faccia a faccia con Voldemort e non è il bersaglio di un premeditato assassinio che per mesi tiene in allerta l’intero castello di Hogwarts, ma il finale, totalmente inaspettato, distende la tensione che ha pervaso i nervi del lettore fin dai primi capitoli, terminando in una piacevole quiete che mette di buon umore.

Tra le cose che più mi sono piaciute di questo libro c’è il momento in cui Piton viene a sapere che Harry infrange le regole della scuola, ed il suo rimprovero mentre cerca di farlo confessare è veramente divertente!

Poi tra Patronus, Animagi, GiraTempo e padrini segreti… non vedo l’ora di andare avanti con la lettura.

Detto questo, ho una domanda che mi perseguita dall’inizio del libro:
– Ma Harry se ne andrà mai da casa dei Dursley?

 

Link ai libri di Harry Potter letti fino ad ora:
– Harry Potter e la pietra filosofale
– Harry Potter e la camera dei segreti 
– Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

 

Leggere “Harry Potter” a 27 anni – Parte II

Harry Potter e la Camera dei Segreti

Continua la mia lettura di Harry Potter alla scoperta del fantastico mondo di Hogwarts.9788867158133_harry_potter_e_la_camera_dei_segreti
Dal momento che ho già fatto una bella premessa sul perché ho totalmente ignorato tutto ciò che riguarda il maghetto con la cicatrice a forma di saetta qui, spiegando anche il perché io abbia deciso di leggerlo solo ora, passerò direttamente a parlarvi del libro.

Inizialmente, devo dire, non avevo grandi aspettative proprio perché Harry Potter e la Pietra Filosofale non mi aveva convinto molto. E INVECE.

La struttura narrativa è identica a quella del libro precedente e si divide in cinque momenti:
1. fine delle vacanze estive, che per Harry terminano sempre nel peggiore dei modi;
2. fuga da casa Dursley e inizio dell’anno scolastico;
3. con l’avvicinarsi delle vacanze di Natale iniziano a succedere cose strane ad Hogwarts ed Harry, Hermione e Ron si sentono in dovere di investigare per il bene della scuola correndo diversi pericoli ed infrangendo numerose regole scolastiche;
4. i tre risolvono il mistero ed Harry finisce da solo ad affrontare il cattivone di turno (che è sempre lo stesso, per ora) in una camera buia e con un mostro enorme;
5. con la fine dell’anno scolastico la pace torna ad Hogwarts, e Grifondoro guadagna tantissimi punti grazie alle prodezze del coraggioso e generoso Harry Potter.

Ma c’è da dire che nonostante questo libro sia totalmente ricalcato sul primo capitolo della saga, la scrittura è più matura, più brillante e divertente. Infatti la Rowling mantiene alta l’attenzione del lettore già dalle primissime pagine con situazioni divertenti e paradossali magistralmente descritte.
Harry è cresciuto molto rispetto al libro precedente e ormai appartiene al mondo dei maghi. E’ molto più sicuro di sé e, sebbene ignori ancora molto dei suoi reali poteri e della realtà in cui è stato catapultato, ha acquisito coraggio e scaltrezza.
Insomma, il piccolo e disorientato Harry è diventato un personaggio veramente interessante.

A testimonianza del fatto che si tratta di un libro più maturo del precedente, troviamo le tematiche trattate. Si rafforza notevolmente il sentimento di amicizia che lega Harry, Hermione e Ron, che lascia intravedere anche il sentore di sentimenti più profondi. Si parla poi moltissimo di razzismo poiché tutta la trama del libro ruota attorno al tentativo di impedire l’accesso ad Hogwarts (e quindi al mondo magico) a tutti i mezzosangue, ovvero coloro che hanno ereditato poteri magici pur provenendo da famiglie di babbani o da matrimoni misti tra maghi e babbani. Tant’è vero che i vari attentati che si verificano durante l’anno scolastico hanno come bersaglio soprattutto i mezzosangue e i magonò (= figlio di maghi che non ha ereditato alcun potere magico).

L’atmosfera è ben più tesa rispetto al primo libro e molto più cupa e, a tratti, veramente inquietante, e se dovessi classificare Harry Potter e la Camera dei Segreti all’interno di un genere letterario non lo identificherei certo con il genere fantasy, perché la magia e le creature fantastiche fanno solo da sfondo ad una narrazione piena di suspense e colpi di scena tipica del romanzo thriller.

Che altro dirvi? Io ho fatto fatica a staccarmi dalle pagine di questo libro e sono stata tentata di iniziare subito il successivo.
So che probabilmente lo avrete letto tutti ma, se così non fosse, correte a leggere Harry Potter sgombri di qualsiasi pregiudizio possiate avere.
Non ve ne pentirete.

 

 

Vi lascio i link ai libri citati:
– Harry Potter e la Camera dei Segreti
– Harry Potter e la Pietra Filosofale

 

 

 

“Il grande Gatsby”: Libro VS Film

61jcGg4sB7LIl mio rapporto con il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald non è nato molto bene e con il tempo devo dire che di miglioramenti ne ha visti pochi.

Provai a leggere Il grande Gatsby per la prima volta tre o quattro anni fa. Stava sulla mia libreria già da parecchio tempo, quasi dimenticato, in mezzo ad altri libri comprati e non ancora letti. Ricordo che in quel periodo stavo leggendo tutt’altro, e lo iniziai già consapevole di non volermi realmente addentrare in romanzo ambientato nella New York degli anni Venti, poiché per leggere un romanzo con un’atmosfera simile devo essere particolarmente in vena o molto ispirata dalla trama, non essendo uno dei miei periodi storici preferiti. In quell’occasione mi annoiai a morte e decisi di abbandonare il romanzo alla fine del terzo capitolo.

La settimana scorsa ho deciso di riprovarci pensando che forse, una volta superato lo scoglio dei primi tre capitoli, avrebbe potuto rivelarsi anche per me il capolavoro di cui molti parlano con entusiasmo.

Ma purtroppo la storia si ripete e torno ad annoiarmi esattamente come mi ero annoiata la prima volta. “Dai, sarà in parte colpa della traduzione”, penso. “Vai avanti e arriva fino alla fine questa volta”. E così ho fatto. Tra uno sbadiglio e l’altro sono riuscita ad arrivare a metà libro, dove finalmente la storia ha risvegliato in me dell’interesse nel punto in cui si inizia a parlare del trascorso di Jay Gatsby, ma nonostante questo arrivo all’ultima pagina senza aver riscontrato del coinvolgimento emotivo e, anzi, ad un certo punto sono stata costretta a tornare indietro perché non avevo ben capito chi fosse la vittima dell’omicidio. Stavolta non ho dato la colpa alla traduzione ma ho pensato che probabilmente non ho molto feeling con lo stile di Fitzgerald.

Ma tutto sommato, nonostante i momenti di noia, non direi che si è trattata di una brutta lettura, perché è stato interessante vedere come lo scrittore interpreta la fugacità del sogno di grandezza, e come racconta di tutti coloro ce non ce l’hanno fatta, perché Jay Gatsby altro non è che la personificazione della morte del sogno americano. Si parla quindi dell’illusione, della volontà di voler puntare sempre più in alto per tentare a tutti i costi di raggiungere qualcosa di irreale.

Questo è pressappoco quello che mi ha lasciato il romanzo.

Ma ora vorrei darvi un mio parere circa la trasposizione cinematografica del 2013 diretta da Baz Luhrmann, che ho appositamente evitato di vedere fino ad ora.

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Ho sentito varie critiche rivolte a questo film, ma posso dirvi che a me è servito per chiarire alcuni punti del libro e per capire meglio i personaggi (si, anche Gatsby).

Il film si concentra molto sul fatto che tutto quello che costruisce Gatsby, la sua immagine, il suo patrimonio, la sua casa, le innumerevoli feste, ogni cosa ha come scopo ultimo quello di tentare di riavvicinare Daisy, la ricca ragazza newyorkese di cui si era innamorato cinque anni prima e che aveva dovuto lasciare a causa della guerra. All’epoca Gatsby non aveva denaro e non aveva nulla da offrire ad una donna che si lascia conquistare solamente dallo sfarzo e dalla ricchezza, ma ora che finalmente è diventato l’uomo più ricco del Long Island, deve fare i conti con il  matrimonio della sua amata Daisy, che dura ormai da quattro anni.

Gatsby quindi è sì un sognatore, ma è anche una persona che soffre per un amore che può solo immaginare. E’ una sofferenza che non ho affatto percepito nel libro e che Leonardo Di Caprio rende veramente molto bene.

La mente di Gatsby si è fermata a cinque anni prima e da quel momento non ha fatto altro che immaginare una vita meravigliosa da trascorrere con la sua Daisy, cercando di realizzarla con tutte le due forze e con tutta l’immaginazione possibile.

Questo film è un kaleidoscopio di colori vorticanti che, uniti all’incalzante ritmo della colonna sonora, rendono alla perfezione le frenetiche vite dei giovani ricchi di New York, in perenne movimento tra feste e ubriachezza.

E’ proprio a causa di un maggiore coinvolgimento emotivo, quindi, e di una maggiore profondità dei personaggi principali che posso dire di aver apprezzato di più il film che non il libro (cosa che accade molto di rado), e penso che aggiungere la visione di questo film alla lettura del romanzo possa essere un buon modo per rendere più completa all’esperienza letteraria.

Il grande Gatsby è stato per me il primo approccio alla lettura di Francis Scott Fotzgerald e non escludo che più in là potrei leggerne dell’altro, sperando di riconciliarmi con il suo stile di scrittura, che ha reso questo romanzo a tratti ostico.

Fatemi sapere voi cosa ne pensate e se avete apprezzato di più il libro o il film.

Vi lascio qui il libro e il film in DVD.

 

 

 

“Picciridda” di Catena Fiorello

Salve a tutti, cari lettori.
In questi giorni è veramente difficile sopportare il caldo. Dalle mie parti si sfiorano a65531k-F5CEGWR1 tratti i 40° ed anche stare sdraiati a leggere diventa fastidioso senza un ventilatore puntato addosso, ma nonostante ciò, questa settimana ho letto un libro di cui vorrei parlarvi: Picciridda, romanzo d’esordio di Catena Fiorello.

Il libro racconta l’esperienza di Lucia, una bambina di undici anni che vive a Leto (Letojanni), in provincia di Messina, che ha vissuto in modo indiretto la tragica esperienza dell’emigrazione.

Siamo all’inizio degli anni Sessanta quando i genitori di Lucia sono costretti ad emigrare in Germania per lavoro, e lei si ritrova a dover vivere con sua nonnala Generala, come la chiamano in paese. La picciridda però non va molto d’accordo con la nonna, che ha un carattere duro ed è spesso molto severa con lei. Si sente molto sola, e soffre per l’abbandono improvviso dei suoi genitori, che hanno deciso di portare con sè solamente il suo fratellino Pietro, perché ancora troppo piccolo per poter sopportare un distacco simile. Lucia invece è grande, deve essere forte e non deve piangere o dar a vedere agli altri il suo malessere, perché alla gente non interessa se soffri o se stai male anzi, la gente non perde occasione per colpirti se ti mostri debole, anche solo per un attimo. Questo è l’insegnamento che la nonna dà a sua nipote cercando di prepararla alle difficoltà della vita, perché in fondo, sotto la dura corteccia del suo carattere, lei vuole molto bene alla piccola Lucia e si affanna per proteggerla e spronarla ad andare avanti e a non mollare mai nonostante tutto.

Con una scrittura molto fluida e scorrevole, le pagine scivolano una dietro l’altra ed il libro si divora in poco tempo.

I personaggi (soprattutto la nonna, che ho adorato) sono ben costruiti ed acquistano spessore mano a mano che si va avanti con la lettura. Anche la cultura della Sicilia del tempo è resa alla perfezione e crea quell’atmosfera tipica che dà carattere e spessore al romanzo.

Scoperto quasi per caso e divorato in pochissimo tempo, è una lettura che mi sento di consigliarvi fortemente soprattutto per la tematica trattata, che consente di osservare il dramma dell’emigrazione da una prospettiva diversa.

Fatemi sapere se avete letto anche voi questo romanzo e cosa ne pensate.

Vi lascio qui il link del libro e vi rimando alla prossima 😉

 

 

 

“L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera

E’ difficile scrivere un post su questo libro, ma voglio provare comunque a parlarvene f1a6aa41f8c3d3b9f9b681d4e5dad53a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyperché L’insostenibile leggerezza dell’essere è uno di quei romanzi che aprono un mondo e che servono per pensare e per conoscere aspetti della propria vita che forse prima non avevamo considerato.

Dunque… di cosa parla questo libro? Parla di tante cose in verità, ma ognuna di queste cose è legata all’amore e alla sua realizzazione nei diversi tipi di rapporti analizzati dallo scrittore. Dico “analizzati” perché di fatto questo romanzo è un’analisi della vita, dell’amore, della morte, delle casualità, della storia e del pensiero.

Siamo nella Praga del 1968, in un’irrequieto scenario di dominazione comunista, quando Tomàs e Tereza si incontrano per caso e per caso si innamorano. Tereza è una donna fragile, che ha bisogno di protezione e di sentirsi amata. Tomàs, al contrario, è un uomo fortemente indipendente che non vuole sentire su di sé la costrizione di una relazione amorosa stabile e che non può fare a meno di avere numerose amanti occasionali.
Questi primi due personaggi sono uno l’opposto dell’altro ed intendono la relazione amorosa in due modi completamente diversi: per Tereza l’amore è la totale dedizione (anima e corpo) ad una persona soltanto, mentre per Tomàs c’è differenza tra amore e sesso, e la profondità del sentimento che lo lega a Tereza non ha nulla a che vedere con la passione che lo spinge tra le bracia di altre donne.
Intorno a questi due personaggi principali ruotano altre figure secondarie, come Sabina, amante di Tomàs, Franz, spasimante di Sabina, Simon, figlio di Tomàs, e Karenin, la cagnolina di Tereza e di Tomàs.
Le relazioni che intercorrono tra questi personaggi sono tutte regolate da un equilibrio che li pone in posizioni opposte l’uno all’altro, proprio come i due protagonisti.
Ogni personaggio cerca di attrarre a sé il suo opposto, e più sono vicini e maggiore è la pesantezza che li schiaccia e li distrugge. Sì, perché tutto si gioca sul continuo susseguirsi e scontrarsi di stati di leggerezza e di pesantezza, come nel quarto movimento del Quartetto No. 16, Op. 135 di Beethoven, che lo scrittore conosce molto bene.
<<Es muss sein!>>, scrive Beethoven all’inizio del quarto movimento. Deve essere. Nessun uomo può ribellarsi al proprio es muss sein, alla propria indole, alla propria vocazione ed inclinazione naturale. Sfuggire all’es muss sein vuol dire cedere alla pesantezza e schiacciare il proprio essere, perdersi per non ritrovare più la leggerezza, che è l’unico stato di pace e serenità.

Ma cos’è che costringe l’uomo verso la pesantezza? Non è certamente una condizione che si raggiunge consapevolmente o volontariamente, poiché la vita dell’uomo e diretta solo dal caso. E’ infatti per caso che si incontrano e si conoscono nuove persone, è per caso che ci si innamora, ed è sempre per caso che si può perdere il proprio lavoro.

Come vedete siamo di fronte ad un romanzo molto filosofico che rivela molto della mente che si cela dietro la penna da cui è nato.
Nel corso della narrazione, infatti, viene spesso fatto riferimento, oltre al sopracitato quartetto per archi, alle teorie di grandi filosofi come Nietzsche, Kant e Descartes, per passare poi a riflessioni sul Kitsch e sulla morte.

Nonostante in questo libro ci sia tutto questo (e molto altro ancora), la lettura non risulta mai troppo pesante o lenta. Lo stile, infatti, è molto scorrevole e leggero e le sue 336 pagine scorrono senza fatica, grazie anche alla brevità dei capitoletti che compongono le sette parti del romanzo.

Io mi sento di consigliarlo a chiunque non l’abbia ancora letto e che abbia voglia di affrontare una lettura così intensa, ma non direi che sia adatto ad un pubblico troppo giovane, perché credo che la maturità e un po’ di esperienza di vita aiutino a comprendere meglio alcune parti.

Detto questo, vi lascio il link in cui potrete trovare questo bellissimo romanzo (ovvero qui).

Fatemi sapere se anche voi lo avete letto e cosa ne pensate, o se avete in programma di leggerlo prossimamente.

Alla prossima.